Fisioterapia basata sulle evidenze: scienza, metodo e pratica clinica quotidiana
La fisioterapia basata sulle evidenze non può essere ridotta alla semplice applicazione di linee guida, protocolli standardizzati o slogan divulgativi. È, prima di tutto, un metodo di ragionamento clinico. È la capacità di integrare la migliore letteratura scientifica disponibile con l’esperienza del professionista, le caratteristiche del paziente, i suoi valori, le sue aspettative e il contesto reale in cui quel trattamento dovrà essere applicato.
È stato questo il tema centrale del webinar organizzato da Il Riabilitatore Magazine, dal titolo “La riabilitazione basata sulle evidenze: scienza, metodo e pratica quotidiana”, trasmesso in diretta Zoom lunedì 6 luglio 2026.
Protagonista della serata è stato Marco Segina, conosciuto sui social come Fisiocrudo, affiancato nel confronto da Marco Musorrofiti, Marco Bonifacio ed Enricomaria Mattia.
L’incontro ha offerto una riflessione lucida e necessaria su uno dei temi più discussi nella fisioterapia contemporanea: come usare davvero le evidenze scientifiche senza trasformarle in dogmi.

La fisioterapia basata sulle evidenze non è “fare quello che dice lo studio”
Uno dei messaggi più forti emersi durante il webinar è che la fisioterapia basata sulle evidenze non coincide con la lettura superficiale di uno studio scientifico. La letteratura è fondamentale, ma deve essere interpretata. Non basta dire “lo studio dice così” per sapere automaticamente cosa fare con il paziente che abbiamo davanti.
Il rischio, oggi molto frequente, è quello di confondere la significatività statistica con la rilevanza clinica. Uno studio può mostrare un risultato statisticamente significativo, ma quel risultato potrebbe non essere realmente utile, applicabile o decisivo per il singolo paziente.
La pratica clinica quotidiana, infatti, è fatta di persone complesse, non di campioni sperimentali ideali. Un paziente con lombalgia cronica da tre mesi non è uguale a un paziente con dolore persistente da sei anni. Una tendinopatia inserzionale non è sovrapponibile a una tendinopatia degenerativa o a un quadro misto. Una spalla dolorosa non è sempre la stessa spalla dolorosa.
Per questo, parlare di fisioterapia basata sulle evidenze significa parlare anche di fenotipizzazione, diagnosi funzionale, ragionamento clinico e capacità di adattare le conoscenze scientifiche al caso reale.
L’intervento di Marco Musorrofiti: comunicare bene la scienza in ambito riabilitativo
Ad aprire il confronto è stato Marco Musorrofiti, che ha sottolineato l’importanza della comunicazione scientifica nel mondo sanitario e riabilitativo. Nel presentare Marco Segina, ha evidenziato la qualità della sua attività divulgativa sui social, riconoscendo il valore di chi riesce a comunicare temi complessi in modo diretto, comprensibile e professionale.
Musorrofiti ha collegato il tema del webinar anche alla missione più ampia de Il Riabilitatore Magazine: creare spazi di confronto seri, accessibili e di alto livello per fisioterapisti, medici, docenti e professionisti della riabilitazione.
Il suo intervento ha posto una questione centrale: oggi non basta produrre contenuti scientifici, bisogna anche saperli comunicare correttamente. In un’epoca in cui i social amplificano messaggi rapidi, estremi o semplificati, la responsabilità della divulgazione diventa parte integrante della crescita professionale. Inoltre ha ricordato il prossimo evento dei Social Medical Awards a Roma il 25 Settembre 2026.
L’intervento di Marco Segina: evidenze, clinica e senso critico
Il cuore del webinar è stato l’intervento di Marco Segina, che ha riportato il dibattito al significato autentico dell’Evidence Based Practice. Secondo Segina, il problema non è che i fisioterapisti abbiano dimenticato le evidenze, ma che spesso le interpretino male o in modo parziale.
La fisioterapia basata sulle evidenze, infatti, non si fonda solo sulla letteratura scientifica. Deve integrare più dimensioni: le migliori prove disponibili, l’esperienza clinica, le preferenze del paziente e la circostanza clinica concreta.
Segina ha criticato la tendenza attuale a concentrarsi solo su uno di questi elementi, cioè l’evidenza scientifica, dimenticando che ogni studio nasce su un determinato campione, con criteri di inclusione precisi, follow-up specifici e limiti metodologici che devono essere compresi prima di trasferire quei risultati nella pratica quotidiana.
Un passaggio particolarmente rilevante ha riguardato la critica alle “caricature” dei metodi riabilitativi sui social. Segina ha portato l’esempio del metodo McKenzie, spesso ridotto banalmente alle “estensioni per tutti”, quando in realtà si tratta di un approccio fondato su valutazione, ragionamento clinico, ascolto del paziente, test ripetuti e classificazione del quadro clinico.
Lo stesso discorso è stato esteso alla lombalgia, alle ernie discali, alla riabilitazione post-chirurgica, alle tendinopatie e all’esercizio terapeutico. Il messaggio è stato chiaro: non esiste una riabilitazione efficace senza individualizzazione.

L’intervento di Marco Bonifacio: formazione, materie di base e lettura critica
Marco Bonifacio ha portato il confronto su un tema decisivo: la preparazione del fisioterapista nella lettura critica della letteratura scientifica.
La domanda centrale posta durante il webinar è stata netta: il fisioterapista, con l’attuale percorso universitario triennale, possiede davvero le basi sufficienti in anatomia, fisiologia, istologia, patologia, biomeccanica, metodologia della ricerca e clinica per interpretare in modo critico uno studio scientifico?
Il punto non è svalutare la formazione universitaria, ma riconoscere che la complessità della riabilitazione moderna richiede strumenti culturali più profondi. Per comprendere una tendinopatia, ad esempio, non basta sapere che “l’esercizio funziona”. Bisogna conoscere il tessuto, la fase biologica, il dolore, il carico, la risposta adattativa, il contesto clinico e le eventuali comorbidità.
Bonifacio ha insistito sulla necessità di una fisioterapia più colta, più clinica e meno esposta al rischio di accettare passivamente ciò che viene presentato come “evidenza”. La vera lettura scientifica non è adesione passiva, ma capacità di analisi.
L’intervento di Enricomaria Mattia: terapia fisica, diagnosi differenziale e causa del dolore
L’intervento di Enricomaria Mattia ha aggiunto un approfondimento tecnico sulla terapia fisica, in particolare sulle onde d’urto focali e radiali.
Mattia ha sottolineato un concetto fondamentale: non si può parlare di efficacia terapeutica senza sapere cosa si sta trattando. Il dolore non va interpretato solo come sintomo da spegnere, ma come fenomeno che deve essere compreso nella sua origine biologica, patogenetica e clinica.
Nel caso della spalla dolorosa, ad esempio, ha richiamato l’importanza della diagnostica differenziale e della possibilità che alcuni quadri dolorosi siano sostenuti da condizioni profonde, come un edema osseo, non sempre identificabili con una valutazione superficiale o esclusivamente operatore-dipendente.
Il suo contributo ha chiarito anche la differenza tra onda d’urto focale e onda radiale, ricordando che si tratta di strumenti diversi, con caratteristiche fisiche, indicazioni e profondità d’azione differenti. Mettere insieme metodiche diverse all’interno dello stesso ragionamento o dello stesso studio rischia di produrre conclusioni poco utili per la pratica clinica.
Il messaggio clinico è stato netto: la tecnologia non va idolatrata né demonizzata. Va conosciuta, contestualizzata e utilizzata quando ha un razionale preciso.
Il problema delle caricature sui social
Durante il confronto è stato evidenziato un punto particolarmente attuale: i social hanno amplificato la tendenza a semplificare eccessivamente i messaggi scientifici.
Approcci complessi come McKenzie, la Cognitive Functional Therapy, la terapia manuale, l’esercizio terapeutico o il modello biopsicosociale vengono spesso trasformati in slogan: “la biomeccanica non conta”, “il dolore è sempre biopsicosociale”, “basta fare esercizio”, “le terapie fisiche non servono”, “la postura non esiste”, “le immagini non contano”.
Ma la clinica non funziona così.
La fisioterapia basata sulle evidenze non elimina la biomeccanica, non cancella la patologia, non sostituisce la valutazione clinica con la comunicazione motivazionale e non trasforma ogni paziente in un caso psicologico. Al contrario, richiede di saper pesare tutti questi elementi, evitando estremismi.
La scienza non dovrebbe essere usata per chiudere il ragionamento, ma per aprirlo.

Evidenze, esperienza clinica e preferenze del paziente
Un altro passaggio centrale del webinar ha riguardato il significato originario dell’Evidence Based Practice. La pratica basata sulle evidenze non è composta solo dalla ricerca scientifica. Include almeno tre elementi fondamentali: la migliore evidenza disponibile, l’esperienza clinica del professionista e i valori/preferenze del paziente.
A questi si aggiunge il contesto clinico: la fase della patologia, le comorbidità, le terapie già svolte, le aspettative, le paure, l’aderenza al trattamento e le risorse disponibili.
Questo aspetto è decisivo. Un trattamento teoricamente corretto ma non sostenibile per quel paziente rischia di fallire. Un esercizio perfetto sulla carta, ma non eseguito a casa, ha scarso valore. Una linea guida utile nella popolazione generale può diventare insufficiente nel paziente complesso.
La vera competenza del fisioterapista sta proprio qui: sapere tradurre la scienza in una decisione clinica individualizzata.
Linee guida: supporto, non sostituzione del ragionamento clinico
Le linee guida rappresentano uno strumento prezioso, ma non possono sostituire il ragionamento del professionista. Sono mappe, non territori. Aiutano a orientarsi, ma non possono prevedere ogni variabile del paziente reale.
Nel webinar è emerso chiaramente che il problema non è l’esistenza delle linee guida, ma il loro utilizzo rigido, ideologico o decontestualizzato. In riabilitazione, soprattutto nei quadri complessi, il paziente raramente corrisponde in modo perfetto al soggetto medio descritto dagli studi.
Questo vale in modo particolare per lombalgia, dolore cronico, tendinopatie, patologie degenerative, esiti chirurgici e disfunzioni multifattoriali.
La fisioterapia basata sulle evidenze deve quindi restare una pratica critica, non una pratica automatica.
La clinica come luogo dove la scienza diventa cura
Il messaggio conclusivo del webinar è stato chiaro: la fisioterapia basata sulle evidenze vive nella pratica quotidiana. Non nei post estremi, non nelle contrapposizioni ideologiche, non nella guerra tra esercizio terapeutico, terapia manuale, tecnologie, educazione o approcci cognitivi.
Il paziente non ha bisogno di fazioni. Ha bisogno di professionisti capaci di valutare, scegliere, spiegare, adattare e collaborare.
La buona fisioterapia non è quella che applica una moda, ma quella che sa integrare. Integra scienza, clinica, esperienza, comunicazione, relazione terapeutica e lavoro di squadra.
In questo senso, il webinar de Il Riabilitatore Magazine ha rappresentato un contributo importante al dibattito professionale: ha ricordato che essere “evidence based” non significa essere rigidi, ma essere più responsabili.
Perché la vera fisioterapia basata sulle evidenze non è una bandiera da esibire. È un modo serio, critico e umano di prendersi cura del paziente.
Dott. Marco Musorrofiti
Fisioterapista
Direttore de IL RIABILITATORE MAGAZINE
Direttore de ScienzeRiabilitative.it
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