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L’ozono medicale nella pratica riabilitativa: meccanismi biologici, applicazioni cliniche e integrazione nel progetto terapeutico

Dal trattamento delle lesioni cutanee difficili alle patologie vertebrali croniche: il confronto tra Massimo Danese, Carlo De Serio e Raoul Saggini nel webinar de Il Riabilitatore Magazine

L’ossigeno ozono terapia può rappresentare uno strumento utile all’interno di un progetto riabilitativo integrato, ma il suo impiego richiede selezione del paziente, appropriatezza clinica, corretta definizione delle modalità di somministrazione e personalizzazione delle dosi.

È questo il principale messaggio emerso dal webinar “L’ozono medicale nella pratica riabilitativa – Evidenze scientifiche e applicazioni cliniche”, trasmesso in diretta su Zoom da Il Riabilitatore Magazine.

A condurre l’incontro è stato Marco Musorrofiti, che ha posto al centro della discussione alcuni interrogativi fondamentali: quali sono i meccanismi biologici dell’ossigeno-ozonoterapia? In quali condizioni può essere utilizzata? Come deve essere inserita nel piano terapeutico? Quali precauzioni devono essere adottate per proporla in maniera sicura e razionale?

Al confronto hanno partecipato il professor Massimo Danese, specialista in chirurgia generale e chirurgia vascolare e presidente della Società Italiana di Medicina e Chirurgia Rigenerativa Polispecialistica; il dottor Carlo De Serio, specialista in Medicina fisica e riabilitativa presso l’Ospedale Miulli di Bari; e il professor Raoul Saggini, specialista in Ortopedia e traumatologia, Medicina fisica e riabilitativa e Medicina dello sport.

Massimo Danese: l’ozono medicale nel contesto della medicina rigenerativa

Ad aprire la parte scientifica è stato Massimo Danese, che ha collocato l’ozono medicale all’interno della più ampia prospettiva della medicina rigenerativa e di precisione.

Secondo Danese, l’obiettivo della medicina rigenerativa non è soltanto trattare una lesione, ma creare le condizioni biologiche favorevoli alla riparazione o alla rigenerazione dei tessuti danneggiati. Il trattamento deve quindi essere costruito sul singolo paziente, tenendo conto delle sue comorbidità, dello stato metabolico, dello stile di vita e della capacità individuale di risposta.

Una parte rilevante della relazione è stata dedicata alle ulcere cutanee croniche e alle lesioni trofiche difficili, comprese quelle associate alla malattia venosa, alle arteriopatie periferiche e al piede diabetico. Danese ha descritto le diverse fasi della riparazione tissutale, sottolineando il ruolo centrale dei macrofagi e della transizione dal fenotipo proinfiammatorio M1 a quello antinfiammatorio e riparativo M2.

Quando le fasi dell’infiammazione, della proliferazione cellulare e del rimodellamento non procedono in maniera coordinata, la guarigione può arrestarsi oppure determinare una riparazione anomala. In questo scenario, l’obiettivo diventa riattivare il processo biologico, favorendo la neoangiogenesi e ricostruendo un microambiente tissutale più favorevole.

Danese ha illustrato l’impiego integrato di diverse strategie: concentrati cellulari autologhi, tessuto adiposo, PRP, microinnesti cutanei, biomateriali e matrici biologiche. L’ozono medicale è stato presentato come uno dei possibili elementi di questa strategia combinata, in virtù delle sue potenziali attività immunomodulanti, antinfiammatorie, antiedemigene e di supporto al microcircolo.

Particolare attenzione è stata dedicata all’applicazione topica mediante bag, utilizzata nelle lesioni cutanee complesse, e all’associazione con fattori di crescita e procedure rigenerative. Danese ha inoltre richiamato una Consensus Conference del 2025, riferendo la pubblicazione del documento negli Annali dell’Istituto Superiore di Sanità.

Il relatore ha insistito soprattutto sul concetto di dose: basse, medie e alte concentrazioni non sarebbero intercambiabili, ma produrrebbero risposte biologiche differenti. La scelta dovrebbe essere effettuata dopo una valutazione complessiva del paziente e del suo equilibrio ossidativo.

L’ozono medicale, quindi, non è stato descritto come una terapia standardizzata e identica per tutti, ma come uno strumento da utilizzare in maniera sartoriale all’interno di una strategia terapeutica più ampia.

Carlo De Serio: meccanismi molecolari e modalità di somministrazione sistemica

Il secondo intervento, affidato al dottor Carlo De Serio, ha approfondito gli aspetti molecolari dell’ossigeno-ozonoterapia e le principali modalità di somministrazione sistemica.

De Serio ha descritto l’azione dell’ozono come uno stimolo ossidativo controllato, capace di attivare risposte adattative dell’organismo. Tra i meccanismi discussi vi sono l’attivazione della via Nrf2, coinvolta nella produzione di enzimi antiossidanti endogeni, e la modulazione di NF-κB, correlata alla regolazione della risposta infiammatoria.

Secondo quanto illustrato, l’esposizione controllata alla miscela di ossigeno e ozono potrebbe stimolare sistemi quali superossido dismutasi, catalasi, glutatione perossidasi ed eme ossigenasi-1. De Serio ha inoltre richiamato i possibili effetti sulla membrana eritrocitaria, sulla deformabilità dei globuli rossi, sulla viscosità ematica e sulla cessione di ossigeno ai tessuti.

Il relatore ha quindi confrontato tre modalità sistemiche:

Grande autoemoinfusione

La grande autoemoinfusione prevede il prelievo di una quantità controllata di sangue all’interno di un circuito chiuso, la sua esposizione alla miscela di ossigeno e ozono e la successiva reinfusione.

De Serio ha sottolineato la possibilità di modulare concentrazione e volume in relazione alle caratteristiche del paziente e all’obiettivo terapeutico. Durante la discussione finale ha precisato che, nei protocolli descritti, il volume di sangue prelevato non viene calcolato automaticamente in proporzione al peso corporeo.

Soluzione fisiologica ozonizzata

La seconda modalità illustrata consiste nell’ozonizzazione di una soluzione fisiologica, successivamente somministrata per via endovenosa.

De Serio l’ha presentata come un’opzione presa in considerazione soprattutto nei pazienti con patrimonio venoso ridotto o nei soggetti che tollerano con difficoltà gli aghi di maggiore calibro necessari per la grande autoemoinfusione.

Insufflazione rettale

La terza modalità discussa è stata l’insufflazione rettale, caratterizzata da una procedura più rapida e priva di accesso venoso, ma con un assorbimento sistemico descritto come inferiore rispetto alla grande autoemoinfusione.

De Serio ha evidenziato come la scelta non debba dipendere esclusivamente dalla diagnosi, ma anche dalle condizioni generali, dalla tollerabilità, dal patrimonio venoso e dalla risposta del paziente. Ha inoltre presentato alcuni possibili schemi utilizzati nella pratica clinica, anche combinati, citando come esempio il trattamento dei pazienti con fibromialgia. Tali schemi sono stati riportati come esperienza clinica del relatore e non come protocolli universalmente applicabili.

Sicurezza e valutazione preliminare secondo Carlo De Serio

La relazione di De Serio ha affrontato anche il tema delle controindicazioni.

Il deficit di G6PD, comunemente associato al favismo, è stato indicato come la principale controindicazione assoluta, per il rischio di emolisi conseguente allo stimolo ossidativo. Gravidanza e ipertiroidismo sono stati invece presentati come condizioni nelle quali adottare particolare cautela e valutare individualmente il rapporto tra benefici e rischi.

Per quanto riguarda l’ipertensione arteriosa, De Serio ha spiegato che non rappresenterebbe di per sé una controindicazione assoluta, pur rendendo opportuno il monitoraggio pressorio, soprattutto quando il trattamento prevede prelievo e reinfusione ematica. Anche Danese ha definito l’ipertensione una condizione generalmente gestibile nell’ambito di un’adeguata valutazione clinica.

L’anamnesi resta il passaggio preliminare imprescindibile. Nei casi selezionati, il relatore ha suggerito di valutare anche il bilancio tra stress ossidativo e capacità antiossidante, in modo da definire concentrazioni iniziali più prudenti nei pazienti con uno stress ossidativo elevato.

Raoul Saggini: l’ozono all’interno del progetto riabilitativo vertebrale

Il professor Raoul Saggini ha concentrato la propria relazione sull’impiego dell’ozono medicale nelle patologie vertebrali croniche, con particolare riferimento alle compressioni radicolari e alla flogosi disco-neuro-articolare.

Il punto centrale del suo intervento è stato netto: l’ozono non dovrebbe essere considerato un trattamento isolato, ma una componente di un progetto riabilitativo sistemico e bioprogressivo.

Saggini ha richiamato diversi fattori potenzialmente coinvolti nella cronicizzazione del dolore vertebrale: processi infiammatori persistenti, alterazioni immunitarie, condizioni metaboliche, patologie autoimmuni, instabilità segmentali e disfunzioni posturali. Da qui la necessità di associare all’intervento medico una strategia capace di agire sull’allineamento corporeo, sulla decompressione dei tessuti, sulla propriocezione e sulla performance motoria.

Il relatore ha presentato un protocollo basato su infiltrazioni locali periradicolari o periforaminali, inserite in un percorso composto da sei settimane di trattamento riabilitativo. Nel programma descritto trovavano spazio sistemi posturali antigravitari, vibrazione meccanosonora, campi magnetici a differenti frequenze e, in casi selezionati, laserterapia intraforaminale.

La casistica presentata da Saggini

Saggini ha ripercorso l’evoluzione dell’esperienza clinica del proprio gruppo, iniziata intorno al 2006 e successivamente strutturata in protocolli di trattamento e valutazione.

Nella prima esperienza, riferita al 2014, erano stati trattati 53 pazienti mediante sei infiltrazioni settimanali associate a un programma di ottimizzazione riabilitativa. Il relatore ha riportato nove recidive nel corso del follow-up.

Ha quindi presentato una successiva analisi retrospettiva relativa al periodo 2016-2024, comprendente 600 pazienti con compressioni radicolari croniche e riacutizzazioni associate a ernie discali, protrusioni multiple o stenosi. In questa casistica sono state riferite 30 recidive, corrispondenti al 5%.

Saggini ha attribuito la riduzione delle recidive non esclusivamente all’infiltrazione, ma alla costruzione dell’intero percorso terapeutico:

«Il 5% è legato al progetto riabilitativo e dei contesti di stile di vita associato».

Il trattamento locale avrebbe quindi il compito di modulare dolore, edema e condizioni biologiche della radice nervosa, mentre la riabilitazione dovrebbe intervenire sulle disfunzioni posturali, biomeccaniche e motorie che possono favorire la persistenza o la ricomparsa dei sintomi.

La tavola rotonda: medicina di precisione e lavoro di équipe

Nella discussione conclusiva, i relatori hanno condiviso l’importanza di un approccio multidisciplinare.

Danese ha valorizzato i risultati presentati da Saggini, evidenziando il ruolo del fisiatra, del fisioterapista e degli altri professionisti coinvolti nel percorso. La conversazione si è quindi estesa alla meccanotrasduzione e alla possibile integrazione di laser, onde d’urto, campi magnetici ed esercizio terapeutico.

Il messaggio non è stato quello di associare indiscriminatamente più tecnologie, ma di scegliere gli strumenti in relazione al quadro clinico, agli obiettivi e alle caratteristiche biologiche del paziente. Danese ha definito questo principio come un impiego “sartoriale” delle risorse terapeutiche, coerente con il modello della medicina di precisione.

Ozono medicale: uno strumento, non un progetto terapeutico completo

Il webinar ha offerto tre prospettive complementari.

Massimo Danese ha inserito l’ozono nel contesto della medicina rigenerativa e del trattamento delle lesioni trofiche difficili.

Carlo De Serio ne ha approfondito i meccanismi molecolari, le modalità di somministrazione sistemica e gli aspetti di sicurezza.

Raoul Saggini ha mostrato come l’applicazione locale possa essere integrata in un percorso riabilitativo dedicato alle patologie vertebrali croniche e alle compressioni radicolari.

La conclusione comune è che l’ozono medicale non possa essere ridotto a una procedura standard uguale per tutti. L’indicazione deve nascere da una diagnosi, da una valutazione delle condizioni generali e dalla definizione di obiettivi misurabili.

Soprattutto in riabilitazione, il risultato non dipende soltanto dalla procedura medica, ma dalla capacità di inserirla in un progetto che comprenda recupero funzionale, esercizio terapeutico, correzione dei fattori biomeccanici, monitoraggio clinico e collaborazione tra professionisti.

È proprio in questa integrazione che l’ozono medicale, secondo le esperienze presentate durante il webinar, può trovare la sua collocazione più razionale: non come terapia isolata, ma come possibile componente di un percorso personalizzato, multidisciplinare e orientato alla funzione.

Dott. Marco Musorrofiti
Fisioterapista
Direttore de IL RIABILITATORE MAGAZINE
Direttore de ScienzeRiabilitative.it

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