Innovazioni nella Fotobiostimolazione
Fotobiomodulazione, la luce che dialoga con i tessuti
Dal rigore della fisica alla pratica clinica: il webinar con Enrico Maria Mattia e Gino Francolini rilancia il ruolo della laserterapia nella riabilitazione moderna
Non una macchina “magica”, non una terapia accessoria, ma uno strumento che richiede conoscenza, ragionamento clinico e capacità di dosaggio. È questo il messaggio più forte emerso dal webinar straordinario promosso da Il Riabilitatore Magazine e dedicato alle innovazioni nella fotobiomodulazione, con la partecipazione del Dr. Enrico Maria Mattia e del Dr. Gino Francolini, introdotti da Marco Musorrofiti e con il prezioso contributo conclusivo di Marco Bonifacio.
Il risultato è stato un confronto di grande spessore, capace di riportare la laserterapia entro il suo alveo corretto: quello della scienza applicata alla clinica, lontano sia dagli entusiasmi superficiali sia dai pregiudizi che ancora oggi accompagnano le terapie fisiche.
Quando la luce smette di essere solo luce
La parola “laserterapia” è entrata da molti anni nel lessico riabilitativo, ma troppo spesso continua a essere utilizzata in modo generico, quasi riduttivo. Il webinar ha avuto invece il merito di chiarire come oggi sia più corretto parlare di fotobiomodulazione, cioè di un’interazione precisa tra energia luminosa e tessuti biologici, capace di attivare processi cellulari, modulare il dolore, sostenere il metabolismo e favorire la riparazione.
Enrico Maria Mattia ha insistito su un punto fondamentale: il clinico non può limitarsi ad applicare un protocollo standard o ad affidarsi a un’impostazione preconfezionata del dispositivo. La terapia fisica, e in questo caso il laser in particolare, deve essere letta come prosecuzione del ragionamento clinico, non come sostituto.
È qui che la fotobiomodulazione cambia volto: da semplice mezzo strumentale a intervento terapeutico consapevole.

Capire il laser per usarlo davvero
Uno dei passaggi più apprezzati dell’incontro è stato l’approfondimento sulla natura fisica del laser. Mattia ha ricondotto il discorso al significato stesso dell’acronimo LASER: Light Amplification by Stimulated Emission of Radiation. Dietro questa definizione c’è un principio elegante e potentissimo: la possibilità di produrre una luce non spontanea, ma amplificata e stimolata, dunque controllata.
La spiegazione dell’emissione stimolata, del salto quantico degli elettroni, del ruolo del materiale attivo, del sistema di pompaggio e dei risonatori ottici non è stata una parentesi accademica, ma un invito molto concreto: non si può usare bene ciò che non si conosce.
La luce laser, a differenza della luce ordinaria, possiede infatti caratteristiche che la rendono terapeuticamente unica: monocromaticità, coerenza, direzionalità e collimazione. Proprietà che consentono di trasportare energia in modo più preciso, più ordinato e biologicamente più utile.
La fotobiomodulazione ha basi solide, non slogan
Un altro punto molto forte emerso dal webinar riguarda il peso della letteratura scientifica. Gino Francolini ha ricordato come esistano oltre 100.000 pubblicazioni sul laser in ambito terapeutico e circa 10.000 lavori specifici sulla fotobiomodulazione. Numeri che restituiscono la misura di un settore tutt’altro che marginale.
Eppure, come è stato più volte sottolineato, questa ricchezza scientifica non corrisponde ancora a una pari diffusione culturale nella formazione di base. Le terapie fisiche continuano infatti a essere trattate in modo insufficiente in molti percorsi universitari, con il rischio di creare generazioni di professionisti poco esposti a un sapere che invece richiede basi di fisica, fisiologia, biochimica e clinica.
Da qui l’importanza, ricordata durante il webinar, di percorsi strutturati come il Master in Energie Fisiche, promosso in ambito universitario e coordinato dal Prof. Raoul Saggini, con il coinvolgimento di Marco Musorrofiti, Marco Bonifacio ed Enrico Maria Mattia.
La finestra terapeutica: dove la luce diventa cura
Tra i concetti chiave affrontati dai relatori vi è quello della finestra terapeutica, collocata indicativamente tra 700 e 1100 nanometri. È in questo intervallo che la luce riesce a esprimere un’interazione favorevole con i tessuti in ambito fisioterapico, superando alcune barriere superficiali e mantenendo un equilibrio efficace tra penetrazione e assorbimento.
Fra le lunghezze d’onda più rilevanti, è stata sottolineata l’importanza della 810 nm, particolarmente legata alla stimolazione mitocondriale e alla produzione di ATP attraverso il citocromo C ossidasi, e della 980 nm, più orientata all’effetto analgesico e alla modulazione dei meccanismi di controllo del dolore.
Il punto, però, non è stabilire una lunghezza d’onda “migliore” in assoluto. Il punto è che ogni scelta deve essere coerente con l’obiettivo clinico, con il tessuto bersaglio, con la profondità da raggiungere e con le caratteristiche del paziente.

Potenza, profondità, tempo: l’arte del dosaggio
Uno dei nuclei più interessanti del webinar ha riguardato la costruzione del dosaggio terapeutico. La sola potenza non basta. La sola lunghezza d’onda non basta. Il solo tempo non basta. La risposta biologica nasce dall’incontro tra lunghezza d’onda, potenza, tempo di esposizione, modalità di emissione e dose finale.
Francolini ha spiegato con grande chiarezza che la lunghezza d’onda orienta la profondità di penetrazione, mentre la potenza influisce sul numero di fotoni che riescono realmente a raggiungere il bersaglio. Anche a parità di lunghezza d’onda, un laser più potente può migliorare la trasmissione energetica e raggiungere il tessuto in modo più efficace.
È stato ricordato inoltre che si stima una perdita di circa 10% di energia per ogni centimetro di profondità, dato che impone attenzione nella scelta dei parametri.
Ma la vera svolta concettuale è arrivata sul tema della dose. Secondo quanto esposto, il range terapeutico efficace per ottenere effetti biostimolanti si colloca indicativamente tra 2 e 30 J/cm². Al di sotto di questo intervallo, il rischio è quello di non produrre alcun effetto rilevante. Al di sopra, si può ottenere prevalentemente analgesia, ma non una vera stimolazione rigenerativa.
In altre parole, il laser non funziona secondo la logica del “più è meglio”, ma secondo la logica del dosaggio corretto.
Acuto e cronico: la stessa macchina, due strategie diverse
Molto utile anche il passaggio dedicato alla differenza tra fase acuta e fase cronica. I relatori hanno chiarito che l’approccio non può essere identico, perché diversa è la biologia del tessuto in quel momento.
Nella fase acuta il dosaggio deve essere più prudente, generalmente ridotto rispetto al trattamento standard. In questa fase la fotobiomodulazione ha soprattutto un ruolo di regolazione e contenimento, favorendo una normalizzazione dei nocicettori ipersensibilizzati e una modulazione della risposta dolorosa.
Nella fase cronica, invece, il ragionamento cambia. Qui diventa necessario stimolare, attivare, “risvegliare” il tessuto, sostenere la funzione mitocondriale e la rigenerazione. Il dosaggio può quindi essere più elevato e l’intervento si orienta maggiormente verso la modulazione metabolica, la produzione di ATP e il supporto ai processi riparativi.
È il classico esempio di come una terapia fisica, per essere davvero utile, debba essere adattata al momento biologico della patologia.
Mitocondrio, ATP, ossido nitrico: il bersaglio è la cellula
La fotobiomodulazione agisce innanzitutto a livello cellulare. Il grande bersaglio è il mitocondrio, e in particolare il sistema del citocromo C ossidasi, la cui attivazione porta a un aumento della produzione di ATP intracellulare.
Questo passaggio è centrale, perché l’ATP rappresenta la base energetica dei processi di riparazione e riorganizzazione del tessuto. A ciò si aggiunge la modulazione dell’ossido nitrico, con miglioramento del microcircolo, vasodilatazione e washout delle sostanze algogene e dei metaboliti che ristagnano nell’area infiammata.
Il webinar ha evidenziato anche un aspetto particolarmente interessante sul piano analgesico: la luce laser può ridurre la stimolazione purinergica mediata dall’ATP extracellulare e contribuire così a una riduzione della trasmissione dolorosa, oltre a modulare, nelle fasi croniche, meccanismi più complessi come il rilascio endorfinico e il gate control.

La clinica conferma la teoria
A rendere ancora più convincente il webinar è stata la presentazione di casi clinici con documentazione ecografica, mostrati da Gino Francolini.
Il primo caso ha riguardato una donna di 59 anni, operaia, con dolore improvviso alla spalla durante l’attività lavorativa. Inizialmente il sospetto clinico orientava verso una borsite o una sofferenza della cuffia dei rotatori, ma l’ecografia ha mostrato una lesione muscolare del deltoide. Con due o tre sedute settimanali di laserterapia, la lesione si è ridotta in modo significativo già in cinque giorni, fino a una quasi completa risoluzione nell’arco di circa due settimane.
Il secondo caso ha mostrato una tennis leg in fase cronica, con marcata fibrosi della poneurosi tra soleo e gemello mediale, valutata a distanza di mesi dall’evento traumatico. Nonostante il ritardo diagnostico, si è osservata una riduzione importante della lesione in circa un mese e mezzo.
Il terzo caso ha riguardato una tendinopatia rotulea in un giocatore amatoriale di basket, con ampia area ipoecogena intratendinea, nettamente migliorata dopo un mese di trattamento, insieme al quadro clinico e funzionale.
Questi esempi hanno dato sostanza al messaggio della serata: la fotobiomodulazione non è teoria astratta, ma una pratica che, se ben impostata, può incidere concretamente sull’evoluzione del tessuto.
Cromofori, cute, tatuaggi: il paziente reale conta più del protocollo
Un altro aspetto centrale riguarda l’interazione tra luce e tessuto. Il laser, prima di raggiungere il bersaglio, incontra fenomeni di scattering, riflessione, rifrazione e soprattutto assorbimento. Ed è proprio l’assorbimento a determinare la reale efficacia del trattamento.
I relatori hanno richiamato l’attenzione sui cromofori, cioè le strutture in grado di assorbire selettivamente la radiazione: acqua, melanina, emoglobina, proteine e aminoacidi. A questi si aggiungono cromofori esogeni come i tatuaggi, che possono ridurre la penetrazione e alterare la distribuzione dell’energia.
Particolare cautela va posta anche nei soggetti con cute scura, dove la maggiore presenza di melanina determina un assorbimento più superficiale e aumenta il rischio di surriscaldamento. Questo impone un adattamento preciso dei parametri in base al fototipo.
Il messaggio è semplice ma decisivo: non esiste una fotobiomodulazione uguale per tutti.
Laser, tecar e il problema delle semplificazioni
Uno dei momenti più netti del webinar è stato il confronto con altre terapie fisiche, in particolare con il trasferimento energetico capacitivo e resistivo. Senza demonizzazioni, Francolini ha ricordato che la tecar può avere effetti favorevoli sulla circolazione e sulla microcircolazione, ma non possiede in senso stretto gli stessi effetti rigenerativi e fotobiomodulanti del laser.
Il rischio, secondo i relatori, è confondere strumenti diversi e usarli come se fossero intercambiabili, oppure affidarsi più al peso commerciale di una tecnologia che ai suoi reali meccanismi biologici.
La questione, però, non è stabilire una gerarchia assoluta tra macchine, ma comprendere che ogni mezzo ha senso solo se inserito dentro un progetto terapeutico coerente.
Il richiamo di Marco Bonifacio: nessun mezzo fisico basta da solo
Tra gli interventi più significativi della serata vi è stato quello di Marco Bonifacio, che ha riportato il dibattito su un piano clinico di grande equilibrio. Il laser, ha ricordato, non “guarisce” da solo un’artrosi, una tendinopatia o una lesione muscolare. Nessuna terapia fisica, da sola, può esaurire la complessità di una patologia.
Ciò che davvero conta è capire in quale fase e con quale finalità utilizzare il mezzo fisico: per ridurre il dolore, contenere l’edema, modulare l’infiammazione, facilitare una successiva progressione di carico, rendere possibile il lavoro attivo.
È una posizione estremamente matura, che libera il clinico da due errori opposti: pensare che la macchina risolva tutto, oppure pensare che le terapie fisiche siano inutili per principio. La realtà è più seria e più interessante: il mezzo fisico può essere molto utile, ma solo se usato con criterio, nel momento giusto e dentro una strategia riabilitativa completa.
Età evolutiva: prudenza nelle osteocondrosi
Molto chiara anche la risposta data sul tema dell’impiego del laser nelle osteocondrosi in età evolutiva, come l’Osgood-Schlatter. Su questo punto i relatori hanno espresso una posizione prudente e condivisibile: in presenza di cartilagini di accrescimento e di quadri osteocondrosici, la terapia fisica non può essere considerata la soluzione primaria.
La priorità resta il riposo, la gestione del carico e il rispetto dei tempi biologici del tessuto. Pensare di usare il laser per consentire una prosecuzione forzata dell’attività sportiva rappresenta un errore clinico e culturale. È un richiamo importante, soprattutto quando le pressioni familiari o agonistiche rischiano di spostare il focus dalla salute al recupero immediato.
Formazione e futuro: una cultura delle energie fisiche
Il webinar si è chiuso con uno sguardo ai prossimi appuntamenti formativi, tra cui il corso di Lamezia Terme dedicato alle onde d’urto focali e radiali e alla fotobiomodulazione, con la partecipazione di Enrico Maria Mattia, Gino Francolini e Luca Palma, e il già citato Master in Energie Fisiche.
Al di là degli eventi, però, il messaggio finale è stato più ampio: serve una nuova cultura delle terapie fisiche, capace di restituire a questi strumenti il valore che meritano, senza scorciatoie, senza slogan e senza contrapposizioni sterili.
5 TAKE HOME MESSAGES
1. La fotobiomodulazione non è un automatismo
Usare il laser significa conoscere fisica, fisiologia, dosaggi e obiettivi clinici. Non è una procedura da applicare in modo standardizzato.
2. Il dosaggio è decisivo
Il range biostimolante si colloca orientativamente tra 2 e 30 J/cm². Sotto si rischia l’inefficacia, sopra prevale l’effetto analgesico.
3. Acuto e cronico non si trattano allo stesso modo
In fase acuta serve più prudenza; nella cronicità si può aumentare la stimolazione per favorire rigenerazione e modulazione metabolica.
4. Il bersaglio è la cellula
Mitocondrio, ATP, citocromo C ossidasi, ossido nitrico: la fotobiomodulazione agisce su processi biologici reali e documentati.
5. Nessuna macchina sostituisce il ragionamento clinico
Il laser può essere molto utile, ma solo se inserito in un progetto riabilitativo più ampio che comprenda esercizio terapeutico, progressione dei carichi e monitoraggio clinico.
CHIUSURA EDITORIALE
Il webinar sulle innovazioni nella fotobiomodulazione ha lasciato un messaggio netto e attuale: la terapia fisica ha senso solo quando torna a essere pensiero clinico applicato.
La luce, da sola, non basta. Ma quando viene guidata dalla competenza, dal dosaggio corretto e da una reale comprensione del paziente, può diventare uno strumento prezioso per modulare il dolore, sostenere i processi riparativi e accompagnare il percorso riabilitativo in modo intelligente e moderno.
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