FIBROMIALGIA: APPROCCIO CLINICO INTEGRATO TRA DIAGNOSI E TRATTAMENTO
Un webinar per comprendere una sindrome complessa, ancora troppo spesso fraintesa
Lunedì 16 marzo 2026 si è svolto il webinar “Fibromialgia: approccio clinico integrato tra diagnosi e trattamento”, promosso da Il Riabilitatore Magazine, un appuntamento di grande interesse scientifico e clinico dedicato a una delle condizioni più complesse, controverse e ancora oggi troppo spesso sottovalutate nell’ambito del dolore cronico.
A moderare l’incontro è stato Marco Musorrofiti, che ha guidato il confronto tra professionisti provenienti da ambiti diversi ma uniti dalla volontà di leggere la fibromialgia in modo serio, rigoroso e realmente multidisciplinare. Hanno partecipato Francesca Di Tommaso, fisioterapista e autrice di un approfondito articolo pubblicato sull’ultimo numero del magazine, Emiliano Passacantilli, neurochirurgo, Alessandro Conforti, reumatologo, Marco Bonifacio ed Enricomaria Mattia, offrendo ai partecipanti una riflessione ampia e concreta su una sindrome che continua a interrogare la pratica clinica quotidiana.
La fibromialgia rappresenta ancora oggi una sfida importante per i professionisti della salute, non soltanto per la complessità della sintomatologia, ma anche per le difficoltà che spesso accompagnano il percorso diagnostico e terapeutico. Dolore muscolo-scheletrico diffuso, stanchezza persistente, sonno non ristoratore, alterazioni cognitive, riduzione della funzionalità e forte impatto sulla qualità della vita rendono questa sindrome un terreno clinico che richiede competenze diverse, dialogo tra specialisti e una presa in carico realmente centrata sulla persona.
Nel corso del webinar è stato ricordato anche un dato significativo: secondo la Società Italiana di Reumatologia, in Italia le persone affette da fibromialgia sarebbero circa due milioni, con ogni probabilità un numero ancora sottostimato, anche perché molti casi restano a lungo non diagnosticati o vengono inquadrati con ritardo.
Un confronto necessario per superare le semplificazioni
Uno dei messaggi più forti emersi durante la serata è stato il superamento di ogni visione riduttiva. La fibromialgia non può essere letta come un problema esclusivamente reumatologico, né come una condizione puramente neurologica, psicologica o riabilitativa. Al contrario, richiede una lettura integrata, capace di unire analisi del dolore, ragionamento diagnostico, valutazione funzionale, dimensione relazionale ed elaborazione di un percorso terapeutico personalizzato.
Il webinar ha avuto il merito di ribadire con chiarezza che la complessità della fibromialgia non giustifica confusione, ma impone metodo. E il metodo, in questi casi, nasce dalla collaborazione tra competenze differenti, dalla coerenza del linguaggio clinico e dalla capacità di non lasciare il paziente solo dentro un percorso spesso lungo, frustrante e disseminato di risposte parziali o contraddittorie.

L’introduzione di Marco Musorrofiti: restituire ordine e rigore a una patologia troppo spesso banalizzata
Ad aprire il webinar è stato Marco Musorrofiti, che ha inquadrato il tema con un approccio chiaro e concreto, sottolineando come la fibromialgia sia ancora oggi una condizione troppo spesso banalizzata, male interpretata o affrontata in modo frammentario.
Musorrofiti ha posto l’accento sulla necessità di affrontare la sindrome con equilibrio: da una parte evitando di ridurre il vissuto del paziente a un generico “stress”, dall’altra mantenendo un approccio fondato sul rigore clinico, sulla diagnosi corretta e sulla costruzione di percorsi terapeutici coerenti. L’obiettivo della serata, fin dall’inizio, è stato quello di mettere in dialogo professionisti di aree diverse per restituire alla fibromialgia la sua reale complessità, senza semplificazioni e senza contrapposizioni tra discipline.
Francesca Di Tommaso: la fibromialgia come dolore cronico primario e il valore dell’educazione terapeutica
Il cuore della relazione introduttiva è stato affidato alla fisioterapista Francesca Di Tommaso, che ha offerto un inquadramento clinico accurato e aggiornato della fibromialgia, partendo dall’evoluzione storica del concetto diagnostico fino ad arrivare alle più recenti definizioni.
Nel suo intervento ha ricordato come la fibromialgia sia oggi considerata una condizione caratterizzata da dolore cronico diffuso primario, sottolineando un passaggio fondamentale: il dolore, in questo caso, non è soltanto il sintomo di qualcos’altro, ma rappresenta esso stesso l’elemento centrale della patologia. Ha inoltre evidenziato come la fibromialgia non debba più essere intesa semplicemente come una diagnosi residuale o “di esclusione”, ma come una sindrome che richiede competenza, ragionamento clinico e capacità di diagnosi differenziale.
Particolarmente interessante è stato il passaggio dedicato alla sensibilizzazione del sistema nervoso centrale, descritta come uno dei meccanismi cardine del quadro fibromialgico. Francesca Di Tommaso ha spiegato come il sistema nervoso, in questi pazienti, rimanga in uno stato di allerta persistente, reagendo in modo amplificato anche a stimoli normali o sotto soglia. Per rendere questo concetto accessibile anche ai non addetti ai lavori, ha utilizzato un’immagine estremamente efficace: quella di un sistema di allarme domestico tarato male, che finisce per attivarsi non solo di fronte a un vero pericolo, ma anche per il passaggio di una mosca o per un colpo di vento. In questo senso, il dolore perde la sua funzione protettiva e diventa esso stesso il problema.
Da qui il valore decisivo dell’educazione terapeutica. Una parte importante del trattamento, secondo Di Tommaso, consiste proprio nell’aiutare il paziente a comprendere che non ogni dolore corrisponde necessariamente a un danno tissutale, a una lesione o a un’infiammazione in atto. Questo cambiamento di prospettiva è fondamentale per interrompere il circolo vizioso fatto di esami continui, trattamenti locali ripetuti, paure, evitamento del movimento e crescente disabilità.
Il suo intervento ha inoltre affrontato la questione delle criticità riabilitative tipiche del paziente fibromialgico: la diffidenza maturata dopo percorsi terapeutici inefficaci, l’allodinia che rende difficile anche il semplice contatto manuale, l’imprevedibilità delle risposte al trattamento, la chinesiofobia e la difficoltà di costruire una buona compliance. In questo scenario, la fisioterapia non può limitarsi alla somministrazione di tecniche passive, ma deve diventare un processo di accompagnamento, ascolto, guida e progressiva riappropriazione del movimento.
Di Tommaso ha ribadito che le evidenze scientifiche indicano l’esercizio fisico attivo come il cardine del trattamento fisioterapico, purché calibrato, sostenibile e personalizzato. Ha parlato di attività aerobiche leggere, discipline mente-corpo come yoga, tai chi e qigong, tecniche di respirazione, rilassamento, mindfulness, immagine motoria e lavoro sulla neuroplasticità, sempre con l’obiettivo di aiutare il paziente a recuperare funzione, tolleranza al carico e consapevolezza del proprio corpo, senza entrare in conflitto con il dolore.
Molto rilevante anche la sua osservazione sul piano sociale ed economico: molti pazienti fibromialgici, pur necessitando di percorsi riabilitativi prolungati, non riescono ad accedervi con continuità per ragioni economiche. Proprio per questo ha sottolineato l’importanza di pensare anche a modalità organizzative più sostenibili, come gruppi terapeutici, sedute condivise o videolezioni, purché sempre costruite con attenzione clinica e personalizzazione.
Marco Bonifacio: il valore della visione d’insieme e del linguaggio comune
Nel corso del webinar Marco Bonifacio ha richiamato con forza l’importanza di una visione d’insieme del paziente con fibromialgia. In una condizione in cui il dolore si intreccia con affaticamento, vissuto emotivo, limitazioni funzionali e ritiro dalla vita sociale, diventa infatti fondamentale evitare letture frammentarie.
Il suo contributo ha sottolineato come il vero approccio integrato non sia una formula teorica, ma una necessità clinica concreta. Quando il paziente riceve messaggi discordanti, diagnosi approssimative o percorsi non coordinati, aumenta il rischio di smarrimento, di cronicizzazione e di fallimento terapeutico. Al contrario, quando i professionisti dialogano e costruiscono un linguaggio condiviso, il percorso di cura diventa più leggibile e più efficace.
Bonifacio ha inoltre evidenziato un punto di grande importanza: la fibromialgia non deve trasformarsi in un contenitore diagnostico generico da utilizzare quando non si sa come interpretare il dolore del paziente. Anche per questo la diagnosi deve essere formulata con rigore, evitando scorciatoie e mantenendo sempre alta l’attenzione sui meccanismi del dolore, sui quadri associati e sulle possibili diagnosi differenziali.
Enricomaria Mattia: dolore, sensibilizzazione e strumenti terapeutici in una logica multimodale
Il contributo di Enricomaria Mattia ha arricchito il confronto sul piano fisiatrico e sul ragionamento neurofisiologico del dolore. Nel suo intervento è emersa con chiarezza l’idea che il paziente fibromialgico non possa essere compreso solo attraverso una lettura muscolo-scheletrica tradizionale, ma debba essere inquadrato all’interno di un modello più ampio, in cui dolore, funzione, regolazione neurobiologica e dimensione psicosociale sono profondamente interconnessi.
Mattia ha insistito sul fatto che, in questi pazienti, il problema non si esaurisce nella sola dimensione corporea, ma coinvolge anche aspetti emotivi, cognitivi e relazionali. Proprio per questo ha richiamato la necessità di un passaggio dal classico modello biopsicosociale a una logica ancora più ampia, definita multimodale, in cui diversi strumenti terapeutici concorrano alla gestione di una condizione tanto complessa.
Rispondendo anche ad alcune domande del pubblico, ha espresso interesse per alcune terapie fisiche strumentali come supporto alla gestione sintomatica, in particolare la crioterapia, descritta come possibile strumento di desensibilizzazione e modulazione dei processi metabolici e della trasmissione del dolore, sempre però all’interno di un progetto terapeutico più ampio. Ha inoltre richiamato l’utilità dell’idrochinesiterapia, già sperimentata con buoni riscontri in alcuni contesti clinici, e ha ribadito che nessuna terapia passiva può sostituire il ruolo dell’attività motoria, dell’esercizio terapeutico e del recupero di una vita il più possibile attiva.
Il messaggio è stato netto: il paziente fibromialgico deve essere aiutato a tornare al movimento, a recuperare spazi di vita, a respirare fuori dalla gabbia del dolore cronico, evitando però ogni logica standardizzata e costruendo progressioni coerenti con la tolleranza individuale.
Alessandro Conforti: il ruolo decisivo della diagnosi reumatologica e il problema del ritardo diagnostico
Particolarmente importante è stato il contributo del reumatologo Alessandro Conforti, che ha riportato la discussione su un nodo centrale: quello della diagnosi.
Conforti ha ricordato come il principale limite, ancora oggi, sia l’assenza di un esame specifico o di un marker laboratoristico capace di definire da solo la fibromialgia. Questo rende indispensabile una valutazione clinica reumatologica accurata, fondata su anamnesi, osservazione, ragionamento differenziale e capacità di distinguere la fibromialgia da malattie infiammatorie sistemiche, artriti, connettiviti e altre patologie potenzialmente sovrapponibili.
Il suo intervento ha messo in luce due aspetti particolarmente rilevanti. Il primo è il ritardo con cui i pazienti arrivano dallo specialista: spesso, infatti, giungono alla valutazione reumatologica dopo lunghi percorsi inconcludenti, accumulando frustrazione e sfiducia. Il secondo riguarda il fatto che, anche una volta formulata la diagnosi, il paziente rischia di essere lasciato solo, perché manca ancora una rete realmente strutturata di presa in carico multidisciplinare.
Conforti ha anche ricordato la propria esperienza clinica in un ambulatorio dedicato alla fibromialgia, rapidamente saturato a conferma di quanto sia ampia la domanda di assistenza e di quanto questo bisogno resti spesso inevaso. Ha inoltre sottolineato che la terapia farmacologica, pur potendo avere un ruolo, non è da sola sufficiente a gestire la complessità del quadro. Il paziente fibromialgico necessita di un progetto di cura che integri reumatologia, riabilitazione, supporto psicologico e educazione terapeutica.
Molto lucida anche la sua riflessione sul piano comunicativo: della fibromialgia, ha osservato, “si parla troppo e spesso se ne parla male”, con il rischio di generare ulteriore confusione, scoraggiamento e disorientamento.

Emiliano Passacantilli: distinguere la fibromialgia dalle patologie strutturali ed evitare chirurgie inappropriate
Il contributo del neurochirurgo Emiliano Passacantilli ha aggiunto al confronto una prospettiva di grande utilità pratica. Fin dall’inizio ha chiarito il motivo della sua presenza a un webinar dedicato alla fibromialgia: i neurochirurghi, occupandosi quotidianamente di dolore vertebrale, ernie discali, stenosi e spondilolistesi, incontrano frequentemente pazienti fibromialgici che arrivano in ambulatorio alla ricerca di una spiegazione e di una soluzione.
Il suo intervento ha offerto un messaggio di straordinaria importanza clinica: il paziente con fibromialgia non deve essere operato in modo improprio. In soggetti con alterata percezione del dolore e sensibilizzazione centrale, un intervento chirurgico non correttamente indicato può addirittura aggravare i sintomi, proprio a causa del danno tissutale indotto dalla chirurgia e della possibilità di una ulteriore amplificazione della risposta dolorosa.
Passacantilli ha insistito sul fatto che il compito del neurochirurgo sia soprattutto quello di distinguere ciò che appartiene alla fibromialgia da ciò che invece deriva da una vera patologia strutturale di pertinenza chirurgica. In questo processo, le immagini radiologiche da sole non bastano: occorrono anamnesi, esame obiettivo, esame neurologico e una lettura clinica precisa del dolore. Le risonanze piene di protrusioni, ernie o segni artrosici non autorizzano automaticamente a far coincidere immagine e sintomo.
Quando esiste realmente una patologia chirurgica concomitante e l’intervento si rende necessario, il neurochirurgo ha spiegato che servono cautele specifiche: indicazione rigorosa, approcci il meno invasivi possibile, uso estremamente parsimonioso di protesi e strumentazioni, preferenza per soluzioni reversibili o mini-invasive e gestione postoperatoria particolarmente attenta, soprattutto sul piano del dolore e dell’informazione al paziente. La chirurgia, in questi casi, deve essere mirata, prudente e sostenuta da una diagnosi inequivocabile.
Oltre il sintomo: una nuova cultura della presa in carico
Il vero valore del webinar è stato quello di mostrare con chiarezza che la fibromialgia non può essere affrontata in modo efficace se si resta ancorati a modelli semplificati. Serve invece una nuova cultura clinica, capace di tenere insieme diagnosi, ascolto, ragionamento differenziale, funzione, educazione e trattamento personalizzato.
La persona con fibromialgia non ha bisogno di slogan, né di formule rassicuranti ma vaghe. Ha bisogno di professionisti che sappiano riconoscere la complessità del quadro, orientarsi con metodo, parlare un linguaggio coerente e costruire un percorso credibile. In questo senso, il dialogo tra reumatologia, neurochirurgia, fisiatria e fisioterapia non rappresenta soltanto un arricchimento culturale, ma una reale opportunità di miglioramento nella qualità delle cure.
È emersa con forza una convinzione condivisa: solo un approccio integrato, fondato sulla collaborazione tra professionisti e sulla personalizzazione del trattamento, può offrire ai pazienti fibromialgici una presa in carico più adeguata, più umana e più efficace.
Una serata di confronto utile, concreta e necessaria
Il webinar del 16 marzo ha restituito alla fibromialgia la sua giusta complessità, evitando sia la banalizzazione sia la confusione. È stata una serata di confronto serio, ricco di spunti clinici e soprattutto utile, perché ha permesso di far dialogare prospettive diverse intorno a un obiettivo comune: comprendere meglio la sindrome e offrire ai pazienti strumenti diagnostici e terapeutici più appropriati.
Da questo incontro emerge un messaggio chiaro: la fibromialgia non va né minimizzata né trattata come una categoria indistinta. Va riconosciuta, studiata, differenziata, spiegata e presa in carico con competenza. Solo così sarà possibile costruire percorsi di cura realmente efficaci per una condizione che continua a rappresentare una delle grandi sfide della medicina contemporanea del dolore.
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