MANIPOLAZIONI VERTEBRALI: TRA EFFICACIA CLINICA, APPROPRIATEZZA TERAPEUTICA E POSSIBILI RISCHI
Un confronto multidisciplinare per fare chiarezza su una delle pratiche più dibattute della riabilitazione
Lunedì 11 maggio 2026 si è tenuta, in diretta su Zoom e sui canali social del Riabilitatore Magazine, una serata interamente dedicata alle manipolazioni vertebrali, ai loro reali campi di applicazione e ai presunti rischi correlati, in particolare nel distretto cervicale. L’incontro, moderato da Marco Musorrofiti, ha riunito un panel multidisciplinare di indiscusso valore: il dottor Valerio Sarmati (fisioterapista specializzato negli esiti di ictus), il dottor Daniele Pignatelli (formatore in tecniche di manipolazione ad alta velocità), il dottor Enrico Maria Mattia, il professor Raoul Saggini (ortopedico, fisiatra e medico dello sport), il dottor Alessandro Conforti e Marco Bonifacio.
L’obiettivo dichiarato della serata, ribadito più volte dal moderatore, non era né demonizzare né esaltare le manipolazioni, ma collocarle correttamente all’interno di un progetto riabilitativo strutturato. La serata avrebbe dovuto ospitare anche il giornalista Andrea Vianello, la cui esperienza personale rappresenta uno dei casi mediatici più discussi legati al tema; l’ospite ha però fatto pervenire le proprie scuse per un impedimento dell’ultimo momento.
Dai vari interventi è emersa una posizione condivisa: la letteratura più recente ha progressivamente smontato il nesso causale diretto tra manipolazione cervicale ed eventi avversi vascolari come l’ictus, spostando il focus sull’importanza del triage clinico, dell’anamnesi accurata e del riconoscimento dei prodromi delle dissezioni arteriose. Il rischio reale non è la tecnica in sé, ma la condizione clinica del paziente non riconosciuta dal professionista.
L’apertura della serata
Il moderatore Marco Musorrofiti ha aperto la diretta accogliendo i numerosi partecipanti — già oltre cento collegati su Zoom nei primi minuti — e introducendo il tema della serata come uno dei più dibattuti dell’intero panorama riabilitativo. Le manipolazioni vertebrali, ha ricordato, rappresentano una delle pratiche più utilizzate dai professionisti che gravitano attorno al mondo della riabilitazione, e proprio per questo meritano un confronto serio e tecnicamente fondato.
L’obiettivo di oggi non è quello di demonizzare le manipolazioni, neanche di esaltarle, ma di capire come quelle manipolazioni possono essere utilizzate nel contesto riabilitativo. E qui la letteratura è ben chiara: le manipolazioni vanno messe in un contesto riabilitativo ampio, devono essere assolutamente supportate anche da altre varie tecniche. Sicuramente l’aspetto più critico sono le manipolazioni nel tratto cervicale.
Musorrofiti ha quindi comunicato l’assenza del dottor Andrea Vianello, giornalista che avrebbe dovuto portare la propria testimonianza, ringraziandolo comunque per la disponibilità mostrata. Ha poi anticipato gli appuntamenti del calendario editoriale dei prossimi mesi: dall’ozono medicale con il professor Saggini (18 maggio), all’artrite psoriasica con il dottor Conforti (25 maggio), ai peptidi in riabilitazione (1° giugno), fino alla serata dell’8 giugno dedicata alla semeiotica del dolore con Guido Orlandini — definito dallo stesso Bonifacio “una specie di Bibbia” per chi si occupa di algologia — alla chiropratica con Federico Di Stefano (15 giugno), all’intelligenza artificiale in riabilitazione con il professor Marco Iosa (22 giugno) e alla presentazione del nuovo numero della rivista (29 giugno).
È stato inoltre ricordato il progetto editoriale scienzeriabilitative.it, piattaforma di aggiornamento sulla letteratura scientifica gratuita per i primi mille iscritti.

Valerio Sarmati: dissezioni arteriose cervicali, cosa sono e come riconoscerle
La parola è passata per primo al dottor Valerio Sarmati, fisioterapista che da oltre vent’anni si occupa esclusivamente di esiti di ictus. Il suo contributo è stato dedicato alle dissezioni arteriose cervicali, tema che viene sistematicamente correlato — spesso impropriamente — alla pratica della manipolazione.
Che cos’è una dissezione arteriosa
Sarmati ha definito la dissezione (o, meno frequentemente, “dissecazione”) come una lacerazione della tonaca intima del vaso arterioso, con conseguente infiltrazione di sangue nella parete vasale. Si genera così un ematoma intramurale che restringe il lume del vaso e ne allarga la parete, con un duplice rischio: stenosi-occlusione o embolia cerebrale, e quindi ictus.
Un punto fondamentale ribadito dal relatore: l’evoluzione della dissezione non è immediata. Dalla lacerazione iniziale all’evento ischemico possono passare ore, giorni o addirittura settimane. È proprio in questa finestra temporale che si gioca, dal punto di vista clinico, la possibilità di riconoscere il problema.
Anatomia vascolare cervicale: perché è una zona critica
Sarmati ha richiamato l’anatomia di base della carotide comune (che si dirama in interna ed esterna) e dell’arteria vertebrale, sottolineando come quest’ultima sia intimamente connessa con i processi vertebrali ossei, passando per i forami trasversari. Ha inoltre ricordato il decorso del sistema simpatico, che dal midollo raggiunge il cranio avvolgendosi sulla carotide “come fosse un’edera” — dettaglio anatomico decisivo per comprendere alcuni segni clinici.
Il distretto cervicale, ha spiegato, possiede proprietà uniche: è sede di rotazioni estreme, grandi ampiezze articolari e forze dinamiche, e l’intimo rapporto fra l’arteria vertebrale e il sistema osseo rende questa circolazione particolarmente sensibile ad accelerazioni brusche e traumi importanti.
Epidemiologia: rara nella popolazione generale, frequente nei giovani
Se nella popolazione generale la dissezione arteriosa è una causa rara di ictus, nei pazienti giovani lo scenario cambia radicalmente: rappresenta circa il 25% delle cause di ischemia cerebrale fino ai 50 anni, e arriva fino al 45% nella fascia 40-49 anni. Un dato che, da solo, giustifica l’attenzione del clinico.
Le cause: predisposizione, infiammazione, trauma
Sarmati ha distinto fattori intrinseci ed estrinseci:
Predisposizione genetica e familiarità: polimorfismi della matrice extracellulare, del collagene e dell’elastina possono determinare fragilità latenti delle pareti arteriose.
Fattori infiammatori e connettivopatie: displasia fibromuscolare, sindrome di Marfan, Ehlers-Danlos di tipo IV.
Ipertensione arteriosa: offre uno stress meccanico cronico costante sulle pareti vasali.
Fattori esterni meccanici: incidenti stradali ad alta energia, grandi colpi di frusta, traumi diretti cervicali, impatti violenti e torsioni improvvise tipiche degli sport di contatto.
La fase prodromica: una finestra preziosa per il fisioterapista
Sarmati ha richiamato l’etimologia greca del termine prodromo (“colui che corre avanti”) per descrivere quei segni e sintomi che precedono la comparsa dell’ictus vero e proprio. Qui si apre, ha sottolineato, un paradosso clinico di enorme importanza:
Il paziente spesso si presenta al fisioterapista per la gestione di sintomi che potrebbero essere causati proprio dalla presenza di una dissezione, perché un dolore al collo, un dolore alla testa potrebbero essere misconosciuti e attribuiti a un problema di origine muscoloscheletrica, quando in realtà potrebbero essere derivanti proprio da una dissezione in atto.
In questo scenario, il ruolo del fisioterapista all’interno del Sistema Sanitario Nazionale diventa fondamentale: non solo gestisce un rischio, ma intercetta un’opportunità diagnostica.
La sindrome di Bernard-Horner incompleta
Particolarmente apprezzata è stata la spiegazione neuroanatomica della sindrome di Bernard-Horner come segno sentinella. Il sistema simpatico, che si avvinghia alla carotide, contribuisce al sollevamento della palpebra (per circa il 10%), alla dilatazione pupillare in risposta alla luce e alla sudorazione del volto.
Quando si verifica una dissezione, l’ematoma intramurale allarga il vaso e comprime le fibre simpatiche, alterandone la funzione. Il paziente può quindi mostrare ptosi (palpebra abbassata) e miosi (pupilla ristretta). Tuttavia — ed è il punto chiave — la sudorazione spesso resta conservata: questo perché, alla biforcazione carotidea, le fibre simpatiche responsabili dell’idrosi facciale viaggiano lungo la carotide esterna, mentre quelle responsabili di ptosi e miosi proseguono con la carotide interna. Considerando che il 99% delle dissezioni interessa la carotide interna, ci troviamo davanti a una sindrome di Bernard-Horner incompleta, con sudorazione preservata: un segno che può smascherare la dissezione in atto.
L’acronimo FAST e le altre red flag
Sarmati ha richiamato l’acronimo FAST per il riconoscimento dell’ictus in atto:
F (Face): paralisi di un emilato del volto.
A (Arms): debolezza degli arti superiore o inferiore, difficoltà di movimento.
S (Speech): difficoltà nel linguaggio, fluencia compromessa.
T (Time): è il momento di chiamare il 112: paziente da inviare immediatamente al pronto soccorso.
Altre red flag indicate dal relatore: un dolore completamente nuovo, descritto dal paziente come “il peggiore di sempre”, segni oculari (Horner) e l’acufene pulsante. Quest’ultimo è particolarmente significativo: la carotide interna passa nella rocca petrosa a pochissimi millimetri dall’orecchio interno, che funge da amplificatore del rumore del flusso sanguigno alterato.

Daniele Pignatelli: ripensare la “manipolazione vertebrale” alla luce della neurofisiologia
Ha quindi preso la parola il dottor Daniele Pignatelli, formatore di tecniche manipolative ad alta velocità che dichiara di aver formato oltre cinquemila professionisti in Italia. Pignatelli ha esordito con una premessa forte e, di fatto, programmatica:
Per me parlare di manipolazioni vertebrali ad oggi mi sembra essere veramente poco allineato con quella che è l’attuale evidenza. Quando si parla di manipolazione vertebrale, inevitabilmente si va incontro a una distorsione cognitiva che ci porta a pensare a una mobilizzazione del piano articolare, e quindi a fare quella correlazione di nesso causale tra una possibile manipolazione del distretto cervicale e un evento avverso.
La proposta di Pignatelli è di sostituire il concetto di “manipolazione” con quello di meccano-neurostimolazione, individuando come target non il piano articolare ma il piano tessutale, cioè i tessuti molli coinvolti nella conversione bioelettrica dello stimolo meccanico.
Il cambio di paradigma in letteratura (2024-2026)
Mostrando una rassegna di articoli scientifici, Pignatelli ha sottolineato come negli ultimi due anni si sia assistito a un vero cambio di paradigma: si è passati dalla ricerca di un nesso causale diretto manipolazione → ictus a un’analisi statistica della correlazione temporale tra atto manipolativo ed evento avverso, fino a convergere su una posizione che mette in evidenza un bias di osservazione.
Il dato di sintesi: il rischio di ictus dopo manipolazione cervicale appare sovrapponibile a quello registrato dopo una semplice visita medica. Il motivo, ha spiegato Pignatelli rifacendosi a quanto detto da Sarmati, è che il paziente si rivolge al professionista presentando una condizione sintomatologica che precede il quadro dei segni clinici: i prodromi vengono fraintesi e l’atto manipolativo si interpone temporalmente fra un evento avverso già in essere e la sua manifestazione conclamata.
Lo studio biomeccanico di Fagundes (2025)
Particolarmente significativo lo studio biomeccanico di Fagundes del 2025, citato da Pignatelli: i movimenti attivi forzati in massima rotazione determinano sul segmento V3 dell’arteria vertebrale uno stress maggiore rispetto a quello generato da un atto manipolativo condotto in rotazione.
Si passa da un’analisi scientifica che dice che il movimento attivo genera uno stress meccanico maggiore su queste strutture vascolari rispetto a un movimento passivo indotto, peraltro ad una velocità piuttosto considerevole.
Lo studio anatomico sul tavolo settorio
Pignatelli ha mostrato un breve video tratto dai propri corsi di anatomia su cadavere, illustrando la struttura del giglimo atlanto-epistrofeo, il legamento trasverso e — soprattutto — il decorso dell’arteria vertebrale nel segmento V3, tra C2 e C1. Ha richiamato l’attenzione sul triangolo sub-occipitale (fra grande retto, obliquo superiore e obliquo inferiore), in cui in profondità decorre l’arteria vertebrale.
L’arteria vertebrale, ha spiegato, ha un decorso serpiginoso, un “in più anatomico” che la natura ha progettato proprio in funzione del fatto che il collo è fatto per ruotare. Pensare quindi che una manovra in rotazione condotta nei limiti della fisiologia possa lacerare l’arteria appare, parole sue, una descrizione fantasiosa.
La letteratura, ha aggiunto, si sta allontanando dalla relazione di causalità e punta l’attenzione sulla necessità di un triage vascolare rigoroso, capace di intercettare le dissezioni spontanee che si manifestano con dolore muscoloscheletrico secondario riferito. Sul piano neuroanatomico, i nervi vasorum di quel distretto convergono nella pars caudalis del nucleo spinale del trigemino, producendo un dolore riferito di difficile inquadramento; ulteriori manifestazioni autonomiche (nausea, in particolare) sono spiegabili tramite spillover dal nucleo del tratto solitario, dall’area postrema e dal nervo motore del vago.
Cosa fa davvero la manovra in rotazione
Pignatelli ha quindi affrontato il tema più “caldo”: la manovra in rotazione, additata come la più pericolosa. Il punto, ha spiegato, è che la manovra in rotazione non è targettizzata per il distretto cervicale: la conversione bioelettrica che produce è elettiva per il sistema vestibolo-cerebellare, in particolare per il lobo flocculo nodulare del cervelletto.
L’informazione vestibolare entra in convergenza con il retinal slip (informazione tetto-cerebellare di rotazione visiva improvvisa) e con le afferenze spino-cerebellari ventrali e dorsali, generando a livello cerebellare un sensory prediction error. Da qui — attraverso l’oliva inferiore, le fibre rampicanti, la long-term depression sulle cellule del Purkinje e i nuclei profondi del cervelletto, con riflesso sul nucleo vestibolare di Deiters — origina la risposta sistemica sulla muscolatura antigravitaria che caratterizza l’effetto della tecnica.
Quando faccio una manovra in rotazione non sto dando un’informazione sulla quota sensoria del distretto cervicale, ma sto dando un’informazione completamente diversa che gioca su quelli che sono i riflessi vestibolo-cervicali, vestibolo-collici, oculo-cervicali. È un altro tipo di informazione.
E ancora: dove sta scritto, si è chiesto Pignatelli, che nell’atto manipolativo si debba portare il fine corsa articolare di queste strutture quando il target sono i tessuti molli? L’outcome meccanico sui piani di scorrimento è irriproducibile, imprevedibile e aspecifico, ma il vettore di dispersione delle forze rispetta — per ragioni anatomiche — i piani di clivaggio articolare. Inoltre, le tecniche più evolute riducono il parametro di rotazione affiancandolo a flessione laterale del rachide, proprio per ridurre lo stress rotazionale.

Esercizio attivo, stretching, mobilizzazione: nessuna pratica è esente da rischi
Il passaggio conclusivo dell’intervento di Pignatelli ha avuto un tono volutamente provocatorio. Ha portato letteratura sui rischi correlati ad altre pratiche riabilitative apparentemente “sicure”:
Stretching in presenza di trombosi venosa profonda misconosciuta: può rappresentare una spinta evolutiva verso l’embolia.
Stretching in radicolopatia infiammatoria: le tensioni neurodinamiche aggravano l’edema intraneurale e la condizione ischemica, fino a un’evoluzione in assonotmesi.
Massaggio in un paziente con aneurisma misconosciuto: la dilatazione dell’avventizia con convergenza dei nervi vasorum negli splancnici lombari genera un low back pain aspecifico che può trarre in inganno il clinico, con esiti potenzialmente fatali.
Esercizio terapeutico: non è meno pericoloso dell’atto manipolativo se applicato a un paziente non correttamente inquadrato.
La letteratura parla in modo estremamente chiaro: non è pericolosa la tecnica, è pericolosa la condizione clinica non compatibile con l’atto terapeutico.
Pignatelli ha infine ricordato che l’indicazione dell’atto manipolativo non è il dolore — “l’atto manipolativo non è un analgesico” — ma un’alterazione della cinetica, che può derivare o da un’alterazione del forward model cerebellare o da un’attività algogena di tipo nocicettivo (dolore fisiologico). In presenza di dolore neuropatico, cronico primario o nociplastico, la manipolazione non è indicata.
Enricomaria Mattia: anamnesi, test clinici e responsabilità del professionista
Il dottor Enricomaria Mattia ha affrontato il tema della selezione del paziente. Per quali soggetti la manipolazione è indicata? E, soprattutto, per quali non lo è?
La sua posizione parte da un presupposto irrinunciabile: la valutazione clinica con anamnesi specifica. Conoscere l’anamnesi patologica remota del paziente è il primo filtro: di fronte a un soggetto con grave cardiopatia, metastasi ossee o osteoporosi grave, l’indicazione cade automaticamente. Ma ciò che davvero conta — e su cui i suoi corsi insistono — è la capacità del clinico di riconoscere le red flag che richiedono l’invio del paziente a uno screening di II livello.
Mattia ha citato i test clinici da effettuare prima di una manipolazione cervicale, dal test di Lhermitte all’O’Donoghue, fino alla manovra di Roncuel per valutare l’eventuale alterazione del circolo vertebro-basilare, con osservazione di nistagmo, nausea, vomito e diplopia. E poi i test ortopedici classici: Adams, Jackson stress test, Upper Limb Tension Test.
Non è che è così semplice il percorso. Quello che si vede sui social non è l’atto manipolativo in sé; c’è tutto uno studio prima che viene effettuato. Mesi di studio. Non è che dal giorno all’altro si diventa, tra virgolette, manipolatori.
Anche Mattia ha sposato la critica terminologica di Pignatelli: il termine “manipolazione” è obsoleto e va sostituito con il concetto di meccanotrasduzione; il fenomeno acustico associato non è “cavitazione” ma tribonucleazione.
Particolarmente importante, dal punto di vista medico-legale — Mattia è consulente del tribunale da oltre vent’anni — l’invito a far firmare al paziente un consenso informato che illustri i possibili rischi non solo della manipolazione, ma anche della mobilizzazione, dell’esercizio terapeutico e delle tecniche neurodinamiche. La sua chiosa è netta:
Non vi è nessun nesso causale che un trattamento in rotazione possa essere causa di una dissecazione di un’arteria. Il classico movimento di rotazione del capo nel fare retromarcia è nove volte più rischioso di una manipolazione.
Raoul Saggini: la terapia manuale dentro l’ottimizzazione bio-progressiva
Il professor Raoul Saggini, ortopedico, fisiatra e medico dello sport, ha collocato le manipolazioni in una cornice riabilitativa più ampia, descrivendole come una componente di quello che ha definito un piano di ottimizzazione bio-progressiva della capacità prestativa corporea.
Saggini ha ricordato che il rachide è un sottosistema tridimensionale che, in catena cinetica e cinematica chiusa, si muove in modo combinato e complesso. Compito del riabilitatore è facilitare questo movimento. La terapia manuale localizzata — per esempio sul rachide cervicale — mette in condizione il sottosistema di muoversi in maniera più armonica, con minori attriti, riducendo le sollecitazioni sui sottosistemi limitrofi: cranio-mandibolare, sterno-scapolo-omerale e (più distalmente) pelvico.
Noi siamo un sistema resiliente, un sistema viscoelastico. La terapia manuale in questo contesto, a mio giudizio, va vista così: come atto di facilitazione inserito all’interno di un incremento della capacità di risposta del sistema, in un concetto di incremento della capacità di moto specifico.
Saggini ha riconosciuto il pluralismo formativo della terapia manuale — chiropratica, osteopatia, fisioterapia manuale — citando esplicitamente, fra gli osteopati, il collega Filippo Caiazzo, di cui ha auspicato un intervento in serata. La premessa che però unisce tutte le scuole resta una sola: la terapia manuale va eseguita con conoscenza e con capacità.
Pignatelli interviene di nuovo: l’effetto neurofisiologico della manipolazione
Riprendendo il filo del discorso del professor Saggini, Pignatelli è tornato a precisare quale sia, in chiave di lettura neurofisiologica, l’obiettivo della tecnica manipolativa in senso stretto. Non la mobilità articolare passiva, ma l’active range of motion: l’effetto indotto è quello di migliorare l’efficienza neuromuscolare nella facilitazione del motoneurone alfa e di rimodulare il tono attraverso il motoneurone gamma.
Da un punto di vista circuitale, l’induzione cinestesica saliente genera un sensory prediction error a livello del forward model cerebellare. In tempi sincroni — pur viaggiando le fibre Aδ e C a velocità diversissime (0,2-3 m/s e fino a 330 m/s) — le proiezioni dal nucleo parabrachiale convergono sul sistema limbico. Citando le più recenti pubblicazioni di Kodakaca, Pignatelli ha descritto come le vie dal nucleo dentato e dal nucleo parabrachiale esitino in una spinta dopaminergica dell’area tegmentale ventrale, con conseguente silenziamento — mediato dalla corteccia cingolata dorsale — del nucleo centrale dell’amigdala e del rilascio di colecistochinina, mediatore responsabile di ipocinesia, anedonia motoria e iperarousal.
La conclusione è coerente: se vi è un blocco articolare puro, la manipolazione non produce un esito positivo. Il successo della tecnica si gioca sulla quota recettoriale meccano-dipendente e velocità-dipendente, e l’effetto si esprime in termini di efficienza neuromuscolare. Da qui la collocazione naturale della manipolazione come complemento dell’esercizio terapeutico funzionale e neurocognitivo, all’interno di un percorso riabilitativo articolato che porti il soggetto a recuperare la funzione compromessa.
Il professor Saggini ha condiviso pienamente: “intendevo proprio dire questo — vedere questo atto come un atto di facilitazione inserito all’interno di un incremento della capacità di risposta del sistema”.

Marco Bonifacio: ascoltare chi ne sa di più
Il dottor Marco Bonifacio è intervenuto per riconoscere il valore tecnico degli interventi di Sarmati e Pignatelli. Si è schermito dichiarando di non essere un esperto di terapia manuale, ma ha sottolineato la condivisibilità dei concetti espressi, anticipando come la prossima frontiera del dibattito sarà la cosiddetta elaborazione senso-motoria a circuito lungo.
Il suo messaggio è stato netto e in linea con quello di Mattia:
Siamo sempre alle solite: ci deve stare una diagnosi e un’indicazione per qualsiasi manovra noi facciamo. Il fisioterapista deve stare attentissimo, se questa non c’è, a fare la sua valutazione. Vedere i prodromi, vedere tutte le red flag che sappiamo bene.
Domanda dal pubblico: le variabili anatomiche aumentano il rischio?
Marco Bonifacio ha rilanciato a Pignatelli una domanda formulata in chat da Gabriele D’Oria, che chiedeva se negli studi su tavolo settorio fossero state riscontrate variabili anatomiche tali da aumentare la pericolosità dei movimenti passivi indotti.
La risposta di Pignatelli è stata diretta: le variabili anatomiche, sul tavolo settorio, sono all’ordine del giorno. L’anatomia che si studia sui libri è decisamente diversa da quella che si “vive” sul cadavere, e questo vale non solo per le alterazioni morfo-strutturali congenite ma anche per quelle acquisite. Pignatelli avrebbe voluto mostrare una risonanza magnetica dinamica in flesso-estensione del rachide cervicale, in cui il rachide — per sinostosi e alterazioni morfo-strutturali — esprime un fulcraggio del tutto atipico rispetto alla biomeccanica attesa.
Da qui il punto chiave: l’outcome meccanico indotto sul piano strutturale è irriproducibile per la tissotropia tissutale. I legami strutturali dell’acido ialuronico si alterano a ogni stimolo, e la dispersione vettoriale delle forze cambia ad ogni applicazione, anche somministrando lo stesso impulso con uno strumento tarato come un attivatore. Si può prevedere — conoscendo l’anatomia — che la dispersione avverrà lungo i piani di clivaggio articolare, ma l’esito specifico resta imprevedibile.
Il movimento intersegmentale è la fantasia di qualcuno che l’ha voluta inventare. La perizia dell’operatore, e quindi l’esperienza, sta nel rispettare le capacità di carico dei tessuti: quando vi sono alterazioni delle capacità di carico, o non si somministra quel tipo di tecnica, o si sceglie una tecnica diversa adeguata al soggetto.
Le conclusioni della serata
Tirando le fila del confronto, Marco Musorrofiti ha richiamato il filo conduttore della serata: approcciarsi alla tecnica manipolativa con maggiore consapevolezza e sicurezza, ricordando che si tratta di manovre che non si possono in alcun modo improvvisare e che richiedono un percorso di studio rigoroso.
Dai sei interventi emerge una sintesi solida, su cui i relatori si sono trovati allineati:
1. Il termine “manipolazione vertebrale” è limitante e fuorviante: il target tecnico non è il piano articolare ma il piano tessutale (meccano-neurostimolazione, meccanotrasduzione).
2. La letteratura più recente (2024-2026) non sostiene un nesso causale diretto fra manipolazione cervicale e dissezione arteriosa. Il movimento attivo forzato in rotazione produce stress meccanico sul segmento V3 superiore rispetto a un atto manipolativo passivo.
3. Il vero rischio è clinico, non tecnico: dipende dalla mancata identificazione dei prodromi di una dissezione già in atto (dolore di nuova insorgenza, Bernard-Horner incompleto, acufene pulsante, segni FAST).
4. Anamnesi accurata, test clinici (Lhermitte, Roncuel, ULTT, Jackson, Adams), consenso informato e capacità di deferire il paziente per un consulto specialistico costituiscono il vero perimetro di sicurezza del professionista.
5. La manipolazione non è un analgesico: la sua indicazione è l’alterazione della cinetica articolare. In presenza di dolore neuropatico, cronico primario o nociplastico, non rappresenta una scelta appropriata.
6. La tecnica manuale va integrata in un progetto riabilitativo strutturato — l’ottimizzazione bio-progressiva descritta da Saggini — accanto a esercizio terapeutico funzionale, esercizio neurocognitivo e rinforzo, in una successione temporale e funzionale orientata al recupero della funzione.
La serata si è chiusa con il rinvio agli appuntamenti del calendario editoriale del Riabilitatore Magazine, a partire dal webinar sull’ozono medicale del 18 maggio e dall’attesissima serata dell’8 giugno con Guido Orlandini sulla semeiotica del dolore.
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