INTERVISTA A MAURO TAVARNELLI
di Marco Musorrofiti
LA FISIOTERAPIA TRA PASSATO, PRESENTE E FUTURO. LA VISIONE DEL DOTT. MAURO TAVARNELLI
Mauro Tavarnelli rappresenta una delle figure più autorevoli nel panorama italiano della fisioterapia, con un profilo professionale che intreccia in modo coerente impegno associativo, contributo istituzionale e attenzione costante all’evoluzione della professione. Con oltre trent’anni di attività all’interno dell’Associazione Italiana Fisioterapisti (AIFI) — di cui ha ricoperto anche l’incarico di Presidente nazionale — Tavarnelli ha contribuito in maniera significativa ai principali snodi di crescita e trasformazione della fisioterapia in Italia.
La sua azione si è concentrata, in particolare, sul consolidamento dell’identità professionale, sul rafforzamento delle competenze e sul posizionamento della disciplina all’interno dei sistemi di cura, in un contesto sanitario e normativo in continua ridefinizione.

Tra i passaggi più rilevanti del suo percorso, si colloca il coinvolgimento nel processo che ha portato alla nascita dell’Ordine Professionale dei Fisioterapisti: un traguardo che ha segnato un avanzamento decisivo in termini di riconoscimento istituzionale, tutela dell’utenza e valorizzazione della categoria, oltre a costituire un riferimento per la regolazione dell’esercizio professionale e degli standard deontologici. Parallelamente all’attività clinica e formativa, Tavarnelli ha partecipato a tavoli tecnici e commissioni ministeriali, contribuendo al confronto su temi strategici per il settore. Il suo lavoro si è distinto per l’attenzione alla piena autonomia professionale, alla qualità e appropriatezza delle cure, nonché ai modelli di presa in carico delle persone con disabilità grave e complessa, con particolare riguardo alla continuità assistenziale e all’integrazione multiprofessionale.
Nel complesso, il profilo di Mauro Tavarnelli si configura come quello di un professionista che ha operato non solo sul piano clinico, ma anche su quello culturale e istituzionale, sostenendo con continuità percorsi di innovazione e responsabilizzazione della fisioterapia italiana, in linea con le sfide contemporanee del sistema salute.
Mauro, hai dedicato oltre trent’anni all’AIFI, fino a ricoprirne la presidenza nazionale. Se ripensi a questo lungo percorso, quali sono i momenti che consideri davvero “spartiacque” per la professione?
Nel percorso di riconoscimento e consolidamento delle professioni sanitarie – e, nello specifico, della fisioterapia – alcune disposizioni normative hanno rappresentato veri e propri snodi storici. Un passaggio determinante risale al 1994, con il Decreto Ministeriale 14 settembre 1994, n. 741, che ha individuato formalmente la figura del Fisioterapista e ne ha definito il profilo professionale, delineandone ambiti di attività, competenze e responsabilità. Tale provvedimento ha costituito la base ordinamentale su cui si è innestata l’evoluzione successiva della professione. A questo è seguita la Legge 26 febbraio 1999, n. 42, che ha segnato una svolta culturale e giuridica, superando definitivamente la qualificazione delle professioni come “ausiliarie” e riconoscendo loro pieno status sanitario, con una conseguente ridefinizione dell’inquadramento professionale e del sistema delle responsabilità. Non meno rilevante, nel 2000, la Legge 10 agosto 2000, n. 251, che ha consolidato il principio per cui le professioni sanitarie svolgono le attività previste dai rispettivi profili con titolarità e autonomia professionale nei confronti della persona e della collettività. La stessa norma ha inoltre aperto in modo esplicito alla possibilità di accesso a funzioni di dirigenza, contribuendo a rafforzare il ruolo delle professioni sanitarie nei modelli organizzativi del Servizio Sanitario al fine di contribuire alla realizzazione del diritto alla salute. Nel loro insieme, questi provvedimenti hanno tracciato una traiettoria chiara: dalla definizione del profilo alla piena legittimazione sanitaria, fino al riconoscimento di autonomia, responsabilità e prospettive di leadership professionale.
Qual è stata la motivazione più profonda che ti ha spinto a impegnarti così tanto per l’istituzione dell’Ordine dei Fisioterapisti in Italia?
Insieme a tante colleghe e tanti colleghi che, nei decenni passati, si sono spesi con competenza, determinazione e senso di responsabilità per il raggiungimento di questo traguardo, ho sempre ritenuto che l’istituzione dell’Ordine professionale potesse rappresentare uno strumento decisivo di crescita e valorizzazione del fisioterapista e della fisioterapia. Un presidio non soltanto identitario, ma soprattutto orientato alla qualità: capace di rafforzare il riconoscimento pubblico della professione, sostenere standard elevati di esercizio, promuovere etica e formazione continua, e – in ultima istanza – contribuire in modo concreto alla tutela della salute, tanto sul piano individuale quanto su quello collettivo.
Il cammino verso il riconoscimento ordinistico non è stato semplice. Quali sono stati gli ostacoli più difficili da superare – sul piano politico, istituzionale o anche interno alla categoria?
Le posizioni contrarie all’istituzione degli Ordini delle professioni sanitarie sono state nel tempo numerose, eterogenee per provenienza e, soprattutto, particolarmente determinate. Ne è prova il fatto che già la Legge 1° febbraio 2006, n. 43 ne prevedeva l’istituzione, ma affidava al Governo il compito di darvi attuazione attraverso l’adozione di specifici decreti legislativi. Nonostante il termine iniziale di sei mesi fosse stato poi esteso fino a ventiquattro, quel percorso non trovò compimento, sostanzialmente per l’assenza di una volontà politica sufficientemente solida nei governi che si succedettero in quel periodo, indipendentemente dall’appartenenza alle diverse aree di coalizione.
A tale quadro hanno concorso più fattori. Da un lato, ha inciso la posizione di quelle professioni che, già dotate di un proprio Ordine, non hanno sempre favorito l’estensione del modello ordinistico alle altre professioni sanitarie; dall’altro, ha pesato una percezione pubblica non univoca dell’istituto ordinistico, talvolta interpretato come una struttura prevalentemente corporativa, orientata più alla difesa degli iscritti in caso di contenziosi che non al ruolo, essenziale, di garanzia della qualità dell’esercizio professionale per la tutela della salute. Anche all’interno della fisioterapia non sono mancate riflessioni critiche: una parte della professione avrebbe preferito mantenere il modello associazionistico, ritenuto più coerente con la libertà di aderire o meno a un soggetto rappresentativo riconosciuto con decreto ministeriale. Si tratta di una posizione certamente rispettabile, ma che non può prescindere da un dato oggettivo: la rappresentatività associativa, a livello nazionale, non ha storicamente superato la soglia del 20% dei professionisti in esercizio, con una conseguente riduzione della forza di impatto e della capacità di interlocuzione istituzionale rispetto a un Ordine che, per definizione, rappresenta l’intera comunità professionale. Proprio per queste ragioni gli Ordini contemporanei, e in particolare quello della professione sanitaria di fisioterapista, in quanto ultimo nato in ordine temporale, sono chiamati a dimostrare con atti concreti e misurabili di non essere meri enti ulteriori ai quali gli iscritti sono tenuti a contribuire per obbligo di legge, né strutture autoreferenziali di limitata utilità per la cittadinanza. Al contrario, devono indirizzare in modo rigoroso tutte le proprie energie verso il massimo coinvolgimento delle iscritte e degli iscritti nell’individuazione, nella decisione e nell’attuazione delle attività ordinistiche, e parallelamente verso una collaborazione continuativa e strutturata con le realtà rappresentative della cittadinanza e delle persone con disabilità, affinché la funzione ordinistica si traduca in un presidio reale di qualità, appropriatezza e tutela della salute. In questo senso la Legge 11 gennaio 2018, n. 3 fornisce un indirizzo inequivocabile quando attribuisce agli Ordini il compito di promuovere e assicurare l’indipendenza, l’autonomia e la responsabilità delle professioni e dell’esercizio professionale, la qualità tecnico-professionale, la valorizzazione della funzione sociale, la salvaguardia dei diritti umani e dei principi etici dell’esercizio professionale, al fine di garantire la tutela della salute individuale e collettiva. Ne consegue che l’obiettivo non può essere il mantenimento di una condizione esistente, bensì la promozione di una evoluzione continua e dinamica della professione, in coerenza con i bisogni di salute emergenti e con l’organizzazione dei servizi. Ciò richiede l’adozione di forme di partecipazione più inclusive e accessibili quali, ad esempio, il voto telematico per l’elezione degli organismi ordinistici e per l’approvazione dei bilanci, la possibilità di assistere in streaming alle riunioni degli organi direttivi e, soprattutto, un incremento sostanziale e sistematico delle occasioni di coinvolgimento e di confronto pubblico sulle attività dell’Ordine. Solo un Ordine capace di coniugare rappresentanza piena, trasparenza, partecipazione e alleanza con iscritte/i e con la cittadinanza tutta può consolidare la propria legittimazione e realizzare appieno la finalità più alta affidatagli dal legislatore: la tutela della salute, nella sua dimensione individuale e collettiva.

Hai partecipato a numerosi tavoli tecnici e commissioni ministeriali. C’è un provvedimento, un documento o un passaggio specifico in cui senti di aver dato un contributo particolarmente incisivo per la professione?
Nel corso di trent’anni di attività al servizio della professione ho avuto modo di confrontarmi con numerose e complesse questioni, spesso caratterizzate da rilevanti implicazioni organizzative, regolatorie e di riconoscimento professionale. In ciascuna di queste circostanze ho cercato, con continuità, di offrire un contributo concreto e responsabile, orientato alla crescita della fisioterapia e alla tutela della qualità dell’esercizio professionale. Se dovessi individuare un passaggio particolarmente significativo, desidero richiamare il percorso avviato sin dai primi anni di impegno associativo e che, già alla fine degli anni Novanta, condusse nella Regione Lazio a un risultato di grande valore: la possibilità di aprire studi professionali senza l’obbligo dell’autorizzazione regionale e senza la necessità della direzione sanitaria affidata a un medico. Si trattò di un cambio di paradigma, perché riconosceva in modo sostanziale la maturità professionale anche della professione di fisioterapista e la sua capacità di esercizio nel rispetto di appropriatezza, responsabilità e autonomia. Ciò che oggi mi dà particolare soddisfazione è constatare come questa opportunità, difesa nel tempo con tenacia e senso istituzionale, abbia potuto non solo consolidarsi, ma anche evolvere. Dal 2021, infatti, tale prospettiva si è ulteriormente ampliata con la possibilità di apertura di studi multiprofessionali, anch’essi senza autorizzazione regionale e senza direzione sanitaria, rendendo più coerente l’organizzazione dell’offerta sul territorio rispetto ai modelli contemporanei di presa in carico integrata. Osservare, oggi, colleghe e colleghi di diverse generazioni avviare un proprio studio professionale e svolgere la fisioterapia in piena autonomia, con responsabilità diretta e progettualità imprenditoriale, rappresenta un esito particolarmente significativo: non solo per il valore individuale che questa scelta può avere per ciascun professionista, ma anche perché testimonia un rafforzamento complessivo della professione, della sua credibilità e della sua capacità di rispondere in modo competente e accessibile ai bisogni di salute della popolazione.
Sei stato direttore responsabile di riviste come “Fisioterapisti” e “Scienza Riabilitativa”. In un’epoca in cui l’informazione è sovrabbondante, quanto è importante per un fisioterapista saper leggere e utilizzare criticamente la letteratura scientifica?
In un’epoca di sovrabbondanza informativa, la capacità di leggere e utilizzare criticamente la letteratura scientifica non è un elemento accessorio: è una competenza fondamentale per il fisioterapista contemporaneo. La crescita esponenziale delle pubblicazioni, la circolazione rapida di contenuti non sempre verificati e la commistione crescente tra informazione, divulgazione e marketing rendono indispensabile saper distinguere ciò che è solido e trasferibile nella pratica clinica da ciò che è fragile, parziale o semplicemente “di tendenza”. Leggere criticamente significa, prima di tutto, tutelare qualità e sicurezza della presa in carico. Consente di orientare le scelte verso interventi appropriati ed efficaci, riducendo il rischio di adottare mode terapeutiche prive di reale supporto oppure di mantenere pratiche non più coerenti con le evidenze disponibili. È anche l’unico modo per interpretare correttamente una letteratura che raramente “parla con una voce sola”: risultati discordanti, limiti metodologici, bias, campioni selezionati e contesti specifici impongono una valutazione prudente e competente prima di trasferire le conclusioni sul singolo caso. In questo quadro, l’evidence-based practice non coincide con “seguire l’ultimo articolo”, ma con l’integrazione tra migliori evidenze, esperienza clinica del professionista e gli obiettivi della persona assistita. Esiste poi un livello che riguarda l’identità professionale e il posizionamento nel sistema salute. Una comunità professionale capace di usare le evidenze in modo rigoroso è più autorevole nel dialogo con le istituzioni, più credibile nei processi organizzativi e più efficace nel contribuire a PDTA, standard di appropriatezza e modelli di presa in carico. In altre parole, la competenza scientifica sostiene non solo la clinica, ma anche l’autonomia e la responsabilità professionale. Per questo resta strategico promuovere una cultura condivisa della lettura critica, attraverso formazione metodologica continua, accesso alle principali banche dati, momenti strutturati di confronto tra pari (come journal club e audit clinici) e riviste di settore che non si limitino a “diffondere”, ma aiutino a interpretare e contestualizzare le evidenze. In sintesi, saper leggere criticamente la letteratura è ciò che consente di trasformare l’informazione in conoscenza utile, la ricerca in pratica appropriata, e l’aggiornamento in responsabilità clinica e sociale.
Di recente abbiamo condiviso un webinar sul tema dell’Home Care Premium. Che ruolo può giocare questo strumento nella riabilitazione delle persone fragili? E quali criticità vedi nell’attuale modello di presa in carico?
Il programma Home Care Premium dell’INPS introduce un’impostazione organizzativa di particolare interesse perché, nell’ambito dell’erogazione del contributo, riconosce al beneficiario la possibilità di scegliere direttamente e autonomamente il/la professionista cui affidare l’attuazione delle prestazioni. In questo quadro rientrano, in primo luogo, i servizi professionali di fisioterapia e, in funzione delle previsioni contenute nei bandi delle singole ATS, spesso anche ulteriori interventi sanitari e sociosanitari quali logopedia, terapia occupazionale, terapia della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva, psicologia e psicoterapia, nonché prestazioni nell’area della biologia nutrizionale e della dietistica. L’elemento realmente innovativo non risiede soltanto nell’ampliamento dell’offerta di prestazioni attivabili, ma soprattutto nel meccanismo di accesso: la possibilità di fruire dei servizi senza dover necessariamente ricorrere a passaggi aggiuntivi, quali nuove visite, ulteriori valutazioni autorizzative o prescrizioni ripetute. Questa semplificazione riduce barriere e tempi e rende effettivo un principio spesso richiamato nelle politiche sanitarie, ma raramente concretizzato nei percorsi ordinari: la libertà di scelta del professionista da parte del cittadino e, di conseguenza, una maggiore aderenza dell’intervento ai bisogni della persona e al suo contesto di vita. In altri termini, il modello consente di realizzare, all’interno di un perimetro pubblico regolato, una logica di scelta e personalizzazione che, nella prassi, è stata finora pienamente esercitabile soprattutto nel rapporto di cura in regime privatistico. Accanto a questi elementi di forza, la principale criticità è strutturale e riguarda la limitazione della platea. L’accesso al contributo è infatti riservato a categorie di destinatari definite dal bando, con il risultato che una parte significativa della popolazione resta esclusa da questa opportunità. Ciò significa che, per chi non rientra nei requisiti, permangono le difficoltà di accesso alle cure riabilitative che conosciamo da tempo: una disponibilità di offerta spesso insufficiente rispetto alla domanda e tempi di attesa che, in molti contesti, risultano non compatibili con la tempestività richiesta dai bisogni di salute e con i criteri di appropriatezza clinica. Proprio per questo, tuttavia, Home Care Premium può essere letto anche come un laboratorio di politiche sanitarie replicabile e scalabile. L’esperienza dimostra che è possibile conciliare, in un quadro regolato, tre elementi chiave: centralità della persona, semplificazione dei percorsi e valorizzazione dell’autonomia professionale. Una prospettiva positiva per il futuro è che tale impianto possa diventare un riferimento per l’evoluzione dei modelli di accesso alle prestazioni territoriali dl SSN, attraverso un progressivo ampliamento dei criteri di eleggibilità, un rafforzamento delle risorse dedicate e una maggiore integrazione con la programmazione distrettuale e con i percorsi assistenziali per cronicità, fragilità e disabilità. In sintesi, pur con i suoi limiti attuali, Home Care Premium rappresenta un modello avanzato che, se consolidato e progressivamente esteso, potrebbe offrire indicazioni concrete per una riabilitazione territoriale più accessibile, personalizzata e coerente con i bisogni reali della popolazione.

Parliamo di autonomia professionale: a tuo avviso, a che punto siamo oggi in Italia, sia dal punto di vista normativo sia nella pratica quotidiana dei servizi? Ci sono ancora margini importanti di crescita e quali condizioni servono perché si realizzino?
Come richiamato nelle risposte iniziali dell’intervista, l’impianto normativo attualmente vigente in Italia, sul piano dei principi, riconosce al fisioterapista un’ampia autonomia professionale nell’esercizio delle proprie attività. Permane tuttavia un margine rilevante tra il riconoscimento formale e la piena affermazione sostanziale di tale autonomia, anche a causa di ricorrenti “ritorni al passato”, come evidenziato da una recente pronuncia della Corte di Cassazione secondo la quale un trattamento fisioterapico potrebbe essere avviato esclusivamente in presenza di diagnosi e prescrizione medica. Un orientamento di questo tipo finirebbe per comprimere la libertà di scelta terapeutica del cittadino, limitando l’accesso al percorso riabilitativo e incidendo anche sull’ambito privatistico, dove verrebbe di fatto meno la possibilità di accesso diretto al fisioterapista, pur in presenza di una valutazione professionale accurata e di un consenso informato sottoscritto rispetto al piano terapeutico proposto. Ne deriverebbe una restrizione significativa della libertà personale nella scelta del percorso di cura e una ridefinizione regressiva delle competenze professionali. È importante sottolineare che l’accesso diretto alla fisioterapia non equivale ad assenza di appropriatezza o di integrazione con la medicina, ma si fonda su un modello strutturato nel quale l’utente viene indirizzato al medico ogniqualvolta il fisioterapista rilevi elementi clinici che lo rendano necessario. Questo approccio è supportato da evidenze che ne attestano la solidità in termini di esiti, oltre che i benefici organizzativi ed economici: riduzione di visite mediche non indispensabili, minore ricorso ad accertamenti diagnostici non appropriati, abbattimento dei tempi di attesa per l’avvio del trattamento e incremento della soddisfazione dell’utenza. Per tali ragioni, l’accesso diretto dovrebbe essere non solo preservato, ma anche progressivamente incentivato all’interno del Servizio Sanitario Nazionale, dove oggi, nella pratica, non trova ancora un’applicazione effettiva e strutturata; ciò richiede percorsi dedicati in grado di ottimizzare l’impiego delle risorse disponibili e di ridurre in modo significativo le attese per l’accesso alle cure fisioterapiche. Per superare definitivamente il pregiudizio, ancora presente in alcuni contesti, secondo cui il fisioterapista non sarebbe in grado di operare in accesso diretto, occorrono due condizioni complementari. La prima è un quadro normativo nazionale esplicito, capace di chiarire e stabilizzare in modo univoco il perimetro dell’autonomia professionale, evitando interpretazioni restrittive e disomogenee. La seconda è un investimento sistematico nella crescita delle competenze, in particolare nell’ambito del triage clinico e della diagnosi differenziale, così da rafforzare ulteriormente la sicurezza del modello e l’appropriatezza degli invii. In questo processo, l’Ordine professionale deve esercitare un ruolo di guida e di coordinamento, promuovendo una sensibilizzazione efficace della politica e della pubblica amministrazione e coinvolgendo in modo strutturato università, sindacati, società scientifiche e rappresentanze della cittadinanza e delle persone con disabilità. Un fisioterapista realmente autonomo, infatti, non è un obiettivo corporativo: significa per i cittadini minori costi e minori attese legate a visite, accertamenti e farmaci non necessari, e un maggiore potere decisionale e contrattuale nel proprio percorso di cura, con un impatto positivo sulla qualità e sull’equità dell’assistenza.
Se confronti il ruolo del fisioterapista nel 1987, quando hai conseguito il Diploma di Terapista della Riabilitazione, con quello attuale, quali sono i cambiamenti più profondi che hai visto – in termini di competenze, responsabilità e percezione sociale?
È indubbio che, nell’arco di quasi quarant’anni, l’intero contesto della salute si sia profondamente trasformato, seguendo da un lato l’evoluzione delle conoscenze scientifiche e, dall’altro, i cambiamenti del quadro socio-ambientale, oggi radicalmente diverso rispetto al passato. In questo scenario si colloca una professione sanitaria, quella di fisioterapista, in continuo divenire, caratterizzata da un progressivo ampliamento di competenze e responsabilità non soltanto sul piano clinico, ma anche su quello organizzativo e gestionale, in coerenza con i nuovi modelli di presa in carico e con la crescente complessità dei bisogni di salute. A tale evoluzione ha corrisposto una positiva trasformazione della percezione sociale della professione. L’utenza è oggi più consapevole e si rivolge al fisioterapista con richieste spesso puntuali e aspettative definite; al contempo, però, questa maggiore domanda informata espone al rischio di orientamenti impropri, condizionati da contenuti reperibili in rete e sui social media, non sempre verificati e talvolta privi di qualsiasi controllo di qualità. In questo quadro, il contrasto all’abusivismo professionale resta un asse imprescindibile, ma non sufficiente. Gli Ordini professionali sono chiamati ad affiancare alla funzione di vigilanza un impegno stabile e strutturato di comunicazione pubblica, attraverso campagne di sensibilizzazione continuative, capillari e non limitate a singoli eventi mediatici, rivolte alla cittadinanza lungo tutto l’arco della vita. Una strategia efficace deve partire dalle scuole di ogni ordine e grado e arrivare fino ai luoghi di aggregazione della popolazione anziana e intergenerazionale, come le Case Sociali delle Persone Anziane e del Quartiere, valorizzandole come presidi territoriali di informazione corretta e promozione della salute. Parallelamente, l’ampliamento degli ambiti di intervento e l’impatto trasversale della dimensione tecnologica sulla produzione e sull’uso del sapere rendono sempre più evidente un ulteriore nodo strategico: la sostenibilità formativa dell’attuale percorso universitario. È oggettivo che la complessità delle competenze oggi richieste — cliniche, relazionali, organizzative, di valutazione e di appropriatezza — sia difficilmente comprimibile in modo adeguato all’interno di un corso di laurea triennale senza rischiare una frammentazione degli apprendimenti o un’insufficiente preparazione rispetto alle responsabilità attese. Per questa ragione, una revisione del percorso formativo universitario, anche sotto il profilo quantitativo e dell’articolazione dei contenuti, appare ormai non più rinviabile, se l’obiettivo è garantire al sistema un professionista in grado di operare con piena competenza e sicurezza in una realtà assistenziale complessa, integrata e in rapida e continua evoluzione.
Se dovessi indicare tre priorità concrete per il futuro della professione in Italia – sul piano normativo, organizzativo e culturale – quali metteresti in cima alla lista e perché?
È necessario un rafforzamento chiaro e coerente dell’impianto normativo in materia di autonomia professionale, quale presupposto indispensabile per l’implementazione, anche nel Servizio Sanitario Nazionale, di modelli organizzativi di presa in carico diretta realmente orientati all’appropriatezza, alla tempestività e alla prossimità delle cure. In questa prospettiva, l’obiettivo deve essere un effettivo spostamento dell’asse assistenziale verso il territorio, avvicinando i servizi ai bisogni concreti delle persone e delle comunità, in coerenza con i più recenti indirizzi di sanità pubblica e con l’evoluzione della domanda di salute. L’esperienza del fisioterapista di comunità in Toscana ha dimostrato in modo significativo il potenziale di tali modelli, evidenziandone la capacità di intercettare precocemente i bisogni, ridurre le barriere di accesso e rendere più efficiente la gestione delle risorse. Il fatto che tale esperienza sia stata interrotta dopo un periodo limitato, a seguito di contenziosi promossi da soggetti che continuano a interpretare in chiave conservativa ruoli e competenze, non deve essere letto come un limite del modello, ma come la conferma della necessità di un quadro regolatorio più solido e di una governance istituzionale determinata nel sostenere innovazioni ormai imprescindibili. Oggi il sistema salute richiede soluzioni capaci di rispondere alla complessità e alla cronicità con strumenti nuovi: la presa in carico territoriale diretta da parte di professionisti competenti e responsabili è una di queste.
Che consiglio ti senti di dare oggi a un giovane fisioterapista o a uno studente che sta per entrare nella professione: su cosa investire, cosa evitare, e quali errori tu non rifaresti?
Ho sempre creduto, con convinzione profonda, che i giovani abbiano spesso idee molto più chiare di quanto comunemente si riconosca. Non solo perché possiedono una freschezza mentale che consente loro di leggere il presente senza i filtri dell’abitudine, ma anche perché avvertono con intensità il bisogno di dare direzione alla propria vita e al proprio futuro. È proprio questa tensione positiva verso ciò che verrà a renderli naturalmente portati a esplorare, a mettere in discussione schemi consolidati e a tentare strade nuove, con coraggio e autenticità.
Non mi considero una persona particolarmente saggia e, guardandomi indietro, riconosco di aver commesso diversi errori nel mio percorso. Ad esempio, forse il più evidente è stato scegliere alcune persone con cui condividere tratti di strada che, col tempo, si sono rivelati poco coerenti con i miei valori o con la direzione che desideravo dare al mio lavoro ed impegno.
Ma ciò è derivato dal sentire sempre il forte bisogno di confronto con gli altri per non rimanere isolato o chiudermi in un modo di vedere le cose troppo personale e autoreferenziale: ho sempre sentito, infatti, la necessità di mettermi in discussione, di ascoltare e imparare e questo mi ha dato l’opportunità di incontrare tante persone per me importanti, maestre e maestri di professione e, in alcuni casi, anche di vita.
A loro devo molto per ciò che mi hanno insegnato e per come mi hanno aiutato a diventare più consapevole anche nei momenti in cui ho dovuto rivedere scelte e convinzioni.
Se c’è un solo consiglio che mi sento davvero di lasciare a tutte le colleghe e i colleghi è di costruire rete, coltivando relazioni autentiche dentro la professione, nelle sue diverse visioni e specificità perché è dalla pluralità che nasce la crescita e perché nessuno, da solo, può sostenere a lungo il peso della complessità che la nostra professione comporta.
Oggi potrebbe sembrare tutto più semplice perché i social e la tecnologia permettono connessioni rapide, abbattendo distanze che prima erano insuperabili.
Ma continuo a credere che alcuni momenti restino insostituibili: quelli in presenza dove il contatto diretto, lo scambio reale di sguardi e di esperienze e storie rende più vero anche il confronto professionale. Lì si costruiscono fiducia, ascolto, appartenenza.
Per questo il mio invito è a non rinunciare ai luoghi e ai momenti di confronto istituzionale che già esistono come quelli promossi dagli ordini professionali, dalle società scientifiche, dai sindacati, dagli enti della pubblica amministrazione. Sono spazi che, se vissuti con partecipazione e spirito costruttivo, possono diventare motori di cambiamento. Ma, allo stesso tempo, credo sia fondamentale anche creare occasioni nuove in cui organizzare momenti propri, costruire comunità capaci di aggregare senza competere e di proporre senza dividere. Forme alternative e non concorrenziali di stare insieme, con l’obiettivo di far maturare idee, elaborare proposte, trasformarle in contributi.
Perché la diversità, se praticata con rispetto e responsabilità, non è un problema da gestire ma è una ricchezza da custodire. È ciò che permette alla professione di evolvere, di essere più forte, più credibile, più viva. E, soprattutto, è ciò che ci ricorda che non stiamo “facendo ognuno per sé”, ma partecipando a qualcosa di più grande: una comunità professionale che cresce quando sceglie di riconoscersi, ascoltarsi e costruire insieme.
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